Pillole

Per il talento, l'adolescenza è il tempo in cui deve capire dove vuole arrivare, chiedersi che cosa deve fare, cambiare marcia e lavorare per il futuro

. Se prima poteva limitarsi a eseguire con attenzione per stare su binari già stabiliti, aspettare di essere portato per mano e mai addentrarsi nel nuovo per non commettere errori, adesso non basta più. Oppure basta ancora, ma a spese delle qualità del proprio talento. In ogni modo è il tempo in cui anche nello sport occorre fare il punto della situazione e tirare le somme. Il giovane che vuole continuare non si può più riparare dietro le pure esecuzioni e l'attesa che qualcuno gli spiani la strada senza chiedergli di fare anche da solo.

È il tempo di misurarsi con le responsabilità, di andare oltre ciò che gli possono insegnare e metterci del proprio. Deve accettare di non poter più soltanto giocare e divertirsi, ma lavorare anche per obiettivi concreti e incontrare più difficoltà, perché quelli che restano nello sport sono sempre più agguerriti e meno disposti a lasciargli spazio. Deve fare tutta la propria parte per essere un protagonista vero, e non può più nascondersi, aspettare ancora la maturazione, sottrarsi agli obblighi che gli spettano o non rimediare se sbaglia.   

C’è chi, solo per carattere o circostanze favorevoli, ce la fa senza sentirsi sovraccaricato di tante difficoltà, perché lo sport impone anche di lavorare ai limiti delle possibilità, ma riesce ugualmente a rimediare a qualche errore. Non tutti i talenti, nel passaggio all’età adulta, incontrano grossi ostacoli. Il talento vero passato attraverso una formazione attenta, continua a divertirsi giocando, perché ha già avuto conferme e superato selezioni che l’hanno rassicurato sulle sue qualità. Ha capito che l’agonismo non è solamente adrenalina e battaglia ma lucidità, entusiasmo e sicurezza. Conosce i propri mezzi e riesce a costatarne i miglioramenti e, soprattutto, sa che la gara dipende da lui, e non da stimoli che lo mettono in affanno. E, alla fine, entra nello sport adulto senza scossoni, mentre altri, non preparati, non ce la fanno e abbandonano, oppure lo vivono senza infamia, ma anche senza lampi e continuità che mostrino il loro talento.

Che cosa fare è comprensibile ma, se si è operato per lo sviluppo della persona e non solo dello sportivo, va studiato e sperimentato senza affanni e paura di sbagliare. È anche il momento di fare i conti con gli effetti della formazione, di verificare se ha operato per favorire lo sviluppo degli allievi o se lo ha frenato. Per esempio, se non ha ceduto alla tentazione di portarli per mano soltanto per vincere subito quando occorreva lasciar liberare l’ingegno, la creatività e l’iniziativa, troviamo dei protagonisti che sanno gestire la propria libertà e fare anche da soli, e non degli automi. Se non li ha caricati di cattiveria, rabbia, aggressività e inutile furore, loro non aspettano l’età per riversarli addosso a chi li ha caricati di reattività e rifiuto delle regole, ma sono pronti a collaborare, continuare a imparare, correggersi e lavorare per il collettivo. Se non sono stati abituati a essere solamente furbi, con tutto un campionario di trucchi e scappatoie da impiegare di nascosto, hanno imparato a vincere con il gioco, perché sono stati preparati a sviluppare e impiegare le qualità del proprio talento. Se non sono stati solo addestrati a eseguire e mai a pensare e fare qualcosa di proprio, sanno dare i propri contributi d’idee e iniziative in gara e fuori. Se sono stati stimolati illudendoli di essere dei campioncini, fino a non prendere coscienza delle proprie forze e dei propri limiti, possono diventare ingovernabili, oppure dover prendere atto che la realtà è crudele, ritirarsi nel guscio e fare solo il compitino perché si sono convinti di non valere.

Vincenzo Prunelli

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