Salute

Ogni tanto, qualcuno che è in Parlamento, ma non ha nulla di più importante da fare, s’inventa un grande problema di civiltà, o anche di più, perché la fantasia di chi è lì per caso e rischia di essere tagliato fuori al giro successivo non ha limiti.

Cento parlamentari chiedono la liberalizzazione della cannabis perché “tutte le politiche repressive in materia si sono mostrate inefficaci”, “in molti Paesi, dagli Stati Uniti alla Spagna, l’emersione ha già dato frutti significativi”. Inoltre, “la regolamentazione genererebbe un beneficio per le casse dello Stato pari a dieci miliardi di euro, di cui due derivanti dai risparmi per l’applicazione della normativa di repressione, e otto di nuovo gettito fiscale”, e non basta. I firmatari invitano a considerare “i risparmi legati alla diminuzione dei reati, con conseguente alleggerimento del lavoro dei tribunali e un generale miglioramento del sistema penitenziario, sia per gli operatori che per i detenuti”. In più, un aumento di produzione garantirebbe ai pazienti il pieno godimento di un diritto costituzionale fondamentale come il diritto alla salute. E qui siamo alla furbata. Si parla di diritto alla salute, anche se nessuno si oppone all’uso terapeutico, mentre ciò che preoccupa è l’uso voluttuario, che facilmente convincerà i giovani a ritenerlo innocuo. Un sondaggio fatto in un periodo “caldo” dice che due italiani su tre sono favorevoli alla vendita dell’erba leggera e il 55% alla legalizzazione vera e propria, mentre chi è oltre i 55 anni è nettamente contrario. Perché?

È difficile che questi cento firmatari siano tutti medici, e se qualcuno lo è, non ha letto la Bibbia della psichiatria moderna. Lì potrebbe sapere che la cannabis è nociva soltanto un po’ meno di altre droghe, danneggia i neuroni e produce addirittura disturbi psichiatrici. E non ha mai pensato che chiunque abbia un bisogno spasmodico di essere diverso da ciò che è ha dei deficit che non risolverà certo la cannabis: si renderà conto che, man mano che i neuroni fondono, avrà bisogno di roba più pesante e non ne potrà fare a meno.

Ci sono, però, altre considerazioni da fare. La prima è che i giovani sono sensibili ai messaggi che vengono dagli adulti, specie se coronati da titoli altisonanti. C’è da essere certi che qualche canna darà titoli per entrare prima nella vita adulta, salvo fingere di non sapere che molti ragazzi non fumano più tabacco, ma soltanto spinelli. C’è da dubitare che nessuno di questi cento non conosca questi rischi, eppure continuano a provarci.

Questi sono dati pratici addirittura comprensibili per chi non arriva più oltre, ma scambiare con qualche risparmio o con qualche incasso in più la salute e l’integrità mentale dei nostri figli (o, come per me, nipoti), oppure considerarli soldatini che, fumando, sconfiggeranno la mafia è ignobile. Eppure, questi mostri di cultura sono sicuramente quelli che si battono perché nessuno sia lasciato a morire in mare senza potere sperare in un soccorso. Evviva, continuino a farlo, anche se sarebbe più utile battersi per trovare altre soluzioni e non salvare gente che sta affogando. Attenti, però, perché mettere su un piatto della bilancia le persone e sull’altro i soldi può essere pericoloso. E se, in questo clima fondato su un’ostilità  irragionevole, prima o poi qualcuno dirà che salvare naufraghi che non hanno il diritto di venire qui si spende molto di più e si arricchisce tutta la banda di malavitosi che sta dietro?

Infine, in un periodo in cui ci sono problemi ben più importanti da risolvere, essere costretti a trovare qualcosa che interessa solo loro sembra l’ultimo stratagemma per mostrarsi vivi, oppure una manovra per distrarre dai problemi reali. In ogni caso, è proprio un compito di terza linea, perché prima vengono i temi che contano, che non riguardano certo la liberalizzazione della droga.

Vincenzo Prunelli

 

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