Pillole

Oggi, non si parla di sport. Articolo vecchio di qualche settimana e già pubblicato altrove, ma ancora attuale.

Essere solamente logici e razionali in situazioni che hanno tante implicazioni emotive, sembra troppo facile e rigido, ma occorre scegliere: considerare anche un bambino capace di tollerare una situazione alla quale non ci si può sottrarre o fare un altro discorso.

A proposito di coronavirus

Sulla pandemia da coronavirus si è già detto di tutto e di sicuro mai abbastanza, e tra esperti si hanno pareri anche contrastanti, perché l’argomento è tutto da scoprire. Le direttive ministeriali chiedono adattamenti sgraditi e tante volte disattesi, e la somma d’informazioni non aiuta. Si è parlato con severità delle Forze dell’ordine verso la nonnina (lo dico con tenerezza) che, in piena notte, stava passeggiando in un’area proibita. Le è stato chiesto di uscire, anche se non cercava la trasgressione e non avrebbe infettato nessuno, e molti si sono indignati. È comprensibile, ma chi si scontra ogni giorno con gente che non capisce la gravità della situazione, a volte si spazientisce. Non dovrebbe, ma sarebbe più utile indignarsi verso chi trasgredisce, perché l’idea che ognuno si possa regolare come vuole contro direttive emanate in difesa di tutti, è un messaggio pericoloso, come lo è fare eccezioni per categorie particolari. Dice a tanti che si può sempre trovare un motivo per eluderle. Si parla anche di depressione, angosce incontrollabili o attacchi di panico, ed è anche vero, ma si rischia di innescare la reazione della “profezia che si autoverifica”.

Negli ultimi tempi, si parla sempre più spesso di disagi o vere sofferenze di bambini e ragazzi costretti a stare in casa, addirittura con possibili conseguenze nella vita adulta. Forse è il caso di valutare una mentalità che si oppone anche all’evidenza e non tiene conto che le impressioni e le convinzioni acquisite nei primi anni di vita rischiano di condizionare i successivi. Che si vogliano fare felici i bambini, specie i figli, è lecito e comprensibile, ma farlo contro la logica non è innocuo, perché l’amore e l’affetto di oggi rischiano di essere errori educativi che peseranno domani. Salvaguardarli dai problemi e dai disagi inutili e non tollerabili, quindi, è un compito ineludibile, ma farlo con quelli naturali, o anche solo non evitabili, è una protezione nociva.

C’è chi afferma che tenerli rinchiusi in casa per il periodo necessario di fronte a un’emergenza alla quale non si può sfuggire, toglie fantasia, creatività, curiosità per fare e iniziativa. Un bambino che sa ingegnarsi per giocare anche da solo, però, continua a farlo senza patire, e quello che ha sempre trovato tutto pronto può ancora abituarsi. Si annoiano, ma a casa ci sono anche i genitori, che possono offrire un’attenzione più gradita di un regalino ogni giorno o di “discorsi seri perché la qualità della quantità del tempo che si dedica” è più importante. Un parere personale: il tempo di cui hanno bisogno sempre è ascoltarli, interessarsi delle loro opinioni, dire senza imporre le nostre, fare cose insieme o rotolarsi per terra a giocare con loro. E chi li tiene fuori dalla realtà perché non vedano un pericolo che spaventa, consideri che li rassicura spiegando che, stando in casa, lo possono evitare, facendo vedere di non avere paura e che c’è una soluzione che dipende da ciò che si fa.

Questo periodo può anche essere un’occasione per educare. Un bambino non deve essere esposto a disagi inutili, ma l’educazione riserva anche affanni, sia ai figli che ai genitori. Consideriamo anzitutto che le impressioni e le convinzioni acquisite nei primi anni di vita rischiano di condizionare tutti quelli successivi. E poi, perché non patiscano, non si drammatizzi, si parli senza considerarli incapaci di capire e non si isolino del tutto dai problemi reali che, in ogni caso, alla fine dovranno affrontare.

Si possono fare tante cose per le quali, di solito, non si hanno tempo o voglia. Si può parlare degli argomenti che propone il bambino, dedicarsi alle cose possibili, fare insieme qualcosa che li impegna e li abitua anche a essere responsabili verso ciò che dipende da loro o un compito comune come, per esempio, gli aiuti possibili in casa. E senza timore di opprimerli perché, se non imposti, sono compiti che cercano per sentirsi capaci e apprezzati.

Si può anche parlare di coronavirus come di una malattia, senza ovviamente parlare di decessi o di tragedie, perché alle malattie sono abituati e non le vivono come pericolo. E dell’obbligo di stare in casa per non trasmettere i nostri virus, come di un’attenzione a non procurare danni ad altri e di riguardo dovuta a tutti.

Occorre prepararli, altrimenti si troveranno adulti senza essere stati allenati a contrastare i pericoli o, almeno, a tollerarli. Come farà, per esempio, un giovane cresciuto in un bozzolo troppo protetto e non abituato a costruirsi delle difese, a trovare spiegazioni e rimedi alla sua fragilità quando, all’improvviso, gli sarà chiesto di essere adulto, o anche soltanto di sopportare un sacrificio di fronte a un evento che coinvolge tutti? Infine, non si può provare stima per un bambino, termine centrato, anche se sembra prematuro, se non si considera capace di affrontare per gradi la realtà, di partecipare, anche con qualche disagio, a ciò che non si può evitare, di rendersi conto che ci sono anche gli altri e vanno rispettati e credere che, senza queste attenzioni, ci sia vita adulta.

Vincenzo Prunelli

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