Pillole

Il discoro sembra incomprensibile, ma è meglio non fare nulla piuttosto che sbagliare perché non si tiene conto dei momenti dello sviluppo, dei caratteri specifici di ognuno, delle reazioni della mente e delle naturali motivazioni.

Si parla di rabbia, cattiveria, adrenalina e furore agonistico per stimolare voglia e determinazione, come si parlasse di una macchina che, più va su di giri più rende, ma occorre intenderci. Se si parla di determinazione, impegno, impazienza e piacere, di misurarsi ci capiamo, ma se si esasperano i toni, si ottiene l'effetto contrario.

L'atleta che avverte piacere, fiducia nelle risorse di cui dispone, pieno controllo delle proprie azioni e una concentrazione rivolta al gioco senza altri fattori di disturbo, aumenta il rendimento fino ad arrivare a uno stato di energia piena che fa gareggiare in scioltezza e senza fatica. Quello che supera questo livello accumula un eccesso di ansia, eccitazione, confusione o "rabbia", e va in campo carico di tensione e di paura di non essere all'altezza e di perdere. Entra nella zona dello stress dove, per un eccesso di energia psichica, più s'impegna meno produce, perché la tensione annebbia e toglie lucidità, obbliga a costruire il gesto tecnico a spese degli automatismi e delle qualità, e fa giocare per non sbagliare, a svantaggio della creatività e dell'iniziativa.

Qualcuno ha paura che l'atleta sereno e libero da queste pressioni possa lasciarsi prendere dall’apatia, dal disinteresse o dall'appagamento, come fosse incapace di trovare da solo le motivazioni e la condizione per rendere. Crede che prenda la gara sottogamba, non metta il giusto impegno e abbia sempre bisogno di essere stimolato e non, invece, che non si creda all'altezza della situazione e in grado di controllarla. Altri hanno una concezione negativa della competizione, come se il rendimento dipendesse da quanta bava si ha alla bocca, dal carico di aggressività, dalla rivalità all'interno della squadra o dal trasformare gli avversari in nemici da battere ad ogni costo e con qualsiasi mezzo.

Con tutti questi interventi si escludono il collettivo, la cooperazione e i rapporti costruttivi a vantaggio di piccoli trucchi o di tutto ciò che può servire subito, ma che va contro lo sviluppo e il gioco. A volte, si riesce a rubacchiare un risultato, ma si raggiungono la continuità, l’agonismo vero e la sicurezza per vincere sempre o, almeno, per mettercela sempre tutta. A proposito del rispetto per l'avversario, si teme che possa togliere decisione e aggressività, perché si crede che significhi giocare troppo tenero, ma così fa disperdere in ripicche, ritorsioni, agguati e tentativi di aggressione nella paura di essere aggrediti, o in condizionamenti psicologici confusi di irruenza e di rabbia, mentre i caratteri tipici dell'agonismo sono la lucidità e la padronanza della situazione.

Uno stato di attivazione è necessario, perché l'agonismo non è indifferenza ma sicurezza, energia che diventa attivazione e sensazione di efficienza. Bisogna, però, stare attenti a non trasformare le gare in partite della vita, alla carica, alle strigliate, al dramma e alla colpa per la sconfitta, altrimenti si formano sportivi privi di autonomia, che si affidano e dipendono dalle idee degli altri, si arrendono allo stress e non sanno gestire le proprie risorse.

Vincenzo Prunelli

Ti è piaciuto questo articolo?

Forse vuoi leggerne altri... Ecco alcuni articoli che hanno un argomento simile:

Tehethon

banner poster