Pillole

Il rendimento non è semplicemente essere in forma e mettercela tutta, perché ci sono altre condizioni facili da procurare e difficili da controllare.

Facciamo un discorso complicato, da un Natale in cui ci sarà tanto tempo da riempire.

Più tensione, meno rendimento

L'ansia e la tensione nello sport sono necessarie, perché l'agonismo non è apatia e distacco ma energia, attivazione, impazienza di misurarsi e uno stato utile alla prestazione. Ricordiamo che il livello della prestazione è come una rovesciata: l’attivazione sale fino a raggiungere il massimo di efficacia per poi calare rapidamente fino a esaurirsi con l’aumento dell’eccitazione.

Non sono più i tempi, o perlomeno ce lo auguriamo, in cui un giocatore era mandato in camera al mattino a concentrarsi per il pomeriggio, doveva mostrarsi preoccupato e, addirittura, non sorridere per non distogliere l’attenzione dalla gara o non guardare fuori dall’autobus andando verso lo stadio, per non interrompere quello stato quasi magico che doveva essere il massimo della forza fisica e la concentrazione mentale.

Il sistema corpo-mente è un tutto che funziona in uno scambio continuo facile da capire ma difficile da rappresentare. Proviamoci. Il corpo non è una materia inerte alla quale si possono dare consistenza ed energia che rimangano stabili e pronte per l’uso. E la mente non è come un liquido nel quale mettere i colori giusti per avere una tinta stabile che dia una colorazione sempre uguale. E c’è l’ambiente, che invia infinite sollecitazioni e risposte sempre diverse. In pratica, la mente crea condizioni sempre differenti e il corpo risponde. E noi non ce ne rendiamo conto perché, nei giochi di situazione, sono i suoi livelli superiori, inconsapevoli e più vicini alla vita istintiva che lavorano ed escludono il ragionamento, utilissimo, ma troppo lento.

È non solo inutile ma deleterio, voler operare sulla mente con i ragionamenti. Per esempio, consideriamo che il massimo del rendimento è consapevolezza dei propri mezzi, sicurezza, mancanza di paura dell’errore e della sconfitta, lucidità, assenza di pensieri negativi, leggerezza nei movimenti e certezza dell’efficacia dei propri gesti tecnici, In pratica tutto ciò che ricordiamo della gara più bella della nostra vita. Tutte queste sensazioni e consapevolezze le abbiamo create da soli e non ce le ha date nessuno, tantomeno, prima di una gara già caricata di tensione, e parlarne per ricordarle e stimolarle significa metterle in dubbio e creare insicurezza.

Ci sono stimoli facili da creare e difficili da controllare che non consentono l’uso di tutte le risorse, come l’ansia, la paura e l’attesa carica di affanno, che limitano la lucidità, impediscono di provare il nuovo per non sbagliare. Allo stesso modo, pure in una condizione emotiva opposta, un'euforia priva di misura creata ad arte per vincere la paura può nascondere le difficoltà della gara e non far cogliere e fronteggiare i pericoli. La massima efficacia, una condizione che col tempo si è costruita e sedimentata nella mente, non ha bisogno di stimoli e, anzi, se troppo sollecitata, è difficile da trovare.

Ne abbiamo già parlato in altre parti del sito, ma un riassunto è più chiaro. Creare una tensione che taglia le gambe è facile. Basta tenere in ansia i giocatori fino all'ultimo senza comunicare la formazione: chi sa di giocare non ha nulla da temere, chi è in bilico ha paura di essere escluso, e gli altri che ci speravano hanno già capito che non tocca a loro e affogano nella delusione. Giocare sempre gare solo da vincere risveglia la paura di perdere che, forse, è il blocco maggiore, perché esalta le forze dell’avversario e fa pensare a neutralizzarle invece di imporre le proprie. Esagerare l'importanza di una gara, ingigantisce la paura di perderla, e porta a un livello di attivazione eccessivo che consuma energie e provoca insicurezza e paura di non farcela. Cercare di stimolare voglia ed entusiasmo con lunghi giri di parole per convincere a mettere tutto l’impegno non è utile a quelli che hanno già paura per conto proprio né a quelli tranquilli, che non ne hanno bisogno.

Vincenzo Prunelli

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