figli educazione

  • Curare la performance o l’educazione?

    Bel quesito, se non fosse che uno sportivo non autonomo, non responsabile, non pronto al nuovo e a cambiare, ossia non educato, resta sempre uno sportivo incompiuto.
    Un visitatore del sito scrive: “Mi sembra palese la necessità di supportare gli allenatori nel percorso di crescita e formazione dei giovani calciatori, ma la necessità di curare le performance supera notevolmente la necessità di lavorare sugli aspetti educativi. Mi sembra un po’ un mondo ideale quello di cui stiamo parlando, non trovi”?

  • E se si tira indietro?

    Un giovane può essere svogliato o anche astioso, ma un’accusa, una punizione, una sfuriata o una vittoria sterile non risolvono un conflitto e possono lasciare conseguenze imprevedibili.
    Un allievo, dotato e bravo in allenamento, da qualche tempo in gara si tira indietro. L’ho rimproverato ed ho provato anche a punirlo, ma non ho ottenuto nulla.

  • Famiglia. Non pretendere l'impossibile.

    Spesso il ragazzo superdotato fallisce anche se trova condizioni favorevoli. I motivi stanno nella sua specificità e in certe particolarità del suo sviluppo, ma soprattutto negli errori di chi lo educa. Specie quando dimentica che il superdotato è una pura potenzialità da coltivare, è capace di straordinari sviluppi, ma anche di fallimenti o disadattamenti altrettanto vistosi.

    Quasi sempre ci inganna il fatto che nella prima infanzia il superdotato non abbia molti problemi...

  • Il figlio non apprezzato come merita

    Il genitore che non considera le capacità del figlio e chiede realizzazioni impossibili, non lo porta alla responsabilità, all’autonomia e alla socializzazione, non gli consente di sviluppare il talento e lo rende insicuro e inadeguato.
    L’allenatore non apprezza mio figlio come merita e i compagni non lo cercano. Gli dico di rispondere con gli stessi modi, perché lo fanno per invidia e cattiveria.

  • Il genitore che non è cambiato

    È il genitore che, nello sport giovanile, si considera ancora indispensabile. Sa, pensa e decide per il figlio, gli fornisce soluzioni e stabilisce gli obiettivi. Lo vorrebbe responsabile e attivo, ma è più facile che ne blocchi il talento, fino ad allontanarlo dallo sport, farne un semplice esecutore o doverlo sempre proteggere.

  • Il genitore che serve

    Ogni genitore vuole il bene del proprio figlio, ma non basta, e tanti farebbero qualsiasi cosa, lecita o proibita, per vederlo sempre vincitore.
    Il genitore che serve evita gli interventi maldestri, rispetta l’età del figlio, favorisce lo sviluppo della personalità e del carattere, lo valuta per ciò che è, insegna a competere in base alle proprie capacità, non pretende che cresca a sua immagine, lo stima nonostante i limiti e gli errori, fa osservare regole ben chiare.

  • Il rifiuto delle regole

    Il rifiuto delle regole comuni è segno di gradito anticonformismo quando se ne conoscono di migliori, ma non si può proporre a un figlio che neppure le conosce nell’illusione di renderlo libero. Voglio un figlio che rifiuti tutti i vincoli e le regole che non ha scelto lui. Come faccio a trasmettergli questa libertà?

  • Il talento non ancora formato

    Il talento vero, ma non ancora formato, possiede i caratteri di un’intelligenza vivace, ma non ancora l’armonia, il carattere, le esperienze e la costanza per essere costruttivo.
    Il talento è raro ed è un tipo particolare, somma di abilità tecnica e ingegno, un po’ genietto e un po’ Perino che dà grosse soddisfazioni, ma anche grattacapi.
    Occorre conoscerlo, altrimenti si rischia di trattarlo da fenomeno e pretendere che lo sia, o credere che possa imparare prima e far vincere quando vuole.
    Oppure accontentarsi di quanto dà, e non rendersi conto che ha molte altre qualità che può perdere, lasciare andare incontro a uno sviluppo non costruttivo o considerare spigoli da limare.

  • L'istruttore e il talento

    Attenzioni devono essere dedicate a tutti, perché l’obiettivo della formazione è lo sviluppo di tutte le qualità di qualsiasi allievo a prescindere dal talento di cui dispone. Altre, più accorte, devono essere dedicate in particolare al talento vero che si trova nei settori giovanili importanti, dove la differenza è che sono tanti e possono scambiarsi abilità tecniche di livello superiore, e non dove si pratica lo sport per tutti, in cui gli obiettivi principali sono divertirsi e fare attività fisica.

  • La difficile “educazione sociale” dell’enfant prodige

    Da tuttocome de La Stampa Numero 279. Martedì 29 agosto 1990. 19
    Settimanale della casa e del tempo libero
    Per gentile concessione de La Stampa
    Psicologi e psicopedagogisti si interrogano: la superdotazione deve essere incentivata oppure tenuta sotto controllo e se necessario scoraggiata fino a neutralizzarla?

  • Lo sport che allena all’autostima

    L’autostima è fattore essenziale dell’apprendimento e dell’iniziativa, ma nei giovani la possiamo stimolare soltanto apprezzandoli per ciò che sono e possono fare, chiamandoli e pensare e fare insieme e concedendo la libertà di sperimentare il nuovo.
    In qualsiasi attività dell’uomo la fiducia nei propri mezzi, la consapevolezza di essere adeguati ai compiti, il superamento dei propri limiti e l’apprezzamento degli altri sono gli incoraggiamenti e le motivazioni più efficaci.

  • Posso essere amico dei miei figli?

    L’amicizia presuppone che entrambi gli elementi del rapporto siano liberi e responsabili nell’espressione di opinioni e iniziative e non debbano mai essere biasimati e corretti. È possibile tra genitori e figli?

  • Può lo sport essere causa di abbandono?

    Lo sport è un grande strumento educativo, un’attività che ha effetti favorevoli anche sulla scuola e un esempio per la famiglia. Tutto bene, quindi? Spesso, però, anche causa di abbandono.
    Può, e le prime sono quando non sa impiegare tutte le risorse dell'atleta e della persona, s’illude di crearne di nuove o crede di farle rendere usando metodi che fuori si rifiutano.

Tehethon

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