educatore sportivo

  • Allenatore e genitore in conflitto

    I conflitti allenatore-genitore sono meno frequenti di quanto si creda, ma bastano pochi genitori incontrollabili per guastare il lavoro di tutta una squadra.

    Quando si parla con allenatori, la domanda più frequente riguarda i genitori: “Come difendersi e neutralizzarli?”. A volte hanno ragione, ma esagerano, perché non tutti sono da cacciare dal campo, dalla palestra o dalla piscina. Prima di giudicarli una presenza solo negativa, quindi,

  • Chi è per noi l’educatore

    L’allenatore ha il compito di portare l’allievo al livello consentito dal fisico e dal talento, ma anche di essere un educatore che cresce un futuro adulto autonomo, responsabile, creativo e adeguato alle esigenze dello sport e dell’ambiente.

  • Con i talenti è più facile sbagliare

    Oggi, il talento è entrato nella produzione di massa: basta che non crei problemi e faccia meglio ciò che fanno tutti. Lo sport lo addestra, ma ne perde l’ingegno e la creatività.

  • Curare la performance o l’educazione?

    Bel quesito, se non fosse che uno sportivo non autonomo, non responsabile, non pronto al nuovo e a cambiare, ossia non educato, resta sempre uno sportivo incompiuto.
    Un visitatore del sito scrive: “Mi sembra palese la necessità di supportare gli allenatori nel percorso di crescita e formazione dei giovani calciatori, ma la necessità di curare le performance supera notevolmente la necessità di lavorare sugli aspetti educativi. Mi sembra un po’ un mondo ideale quello di cui stiamo parlando, non trovi”?

  • E se si tira indietro?

    Un giovane può essere svogliato o anche astioso, ma un’accusa, una punizione, una sfuriata o una vittoria sterile non risolvono un conflitto e possono lasciare conseguenze imprevedibili.
    Un allievo, dotato e bravo in allenamento, da qualche tempo in gara si tira indietro. L’ho rimproverato ed ho provato anche a punirlo, ma non ho ottenuto nulla.

  • Educazione

    Tratto da: "Calcio: formazione dell'atleta: dai primi calci al professionista", Vincenzo Prunelli © Centro Scientifico Editore, 1994.

  • Ha senso parlare di punizione?

    Si crede ancora che la punizione abbia una funzione educativa, ma occorre cautela. Certo le trasgressioni vanno pagate, ma preferiamo ricorrere a conseguenze stabilite prima e naturali.

    Un ragazzino sbaglia una porta in una discesa sugli sci, e l’allenatore lo punisce facendogli risalire la pista a piedi. Una squadra professionistica di calcio perde una partita che sembrava abbordabile, e il giorno successivo sveglia alle sette, visione ripetuta del filmato della gara e, dopo, in ritiro per tutta la settimana.

    A volte sembra naturale rispondere con una punizione,

  • Ho tanto da insegnare, ma...

    L’insegnamento non è semplice trasmissione d’informazioni e di contenuti, ma l’incontro di qualità, caratteri e modi tra chi insegna e chi impara.

  • I trucchi e le “furbate”

    Ha senso una formazione in cui s’insegnano trucchi e furbate, mentre potenzialità si scoprono e si manifestano usando le qualità del proprio talento?

    In una vecchia conferenza in coppia, a una mia affermazione che i trucchi e le “furbate” sono i più grossi ostacoli al talento, Boskov, da finto ingenuo, mi disse: “Se Vialli si butta in area e si procura un rigore, che faccio? Lo metto fuori?” In effetti, lui parlava di uso del talento già formato, ed io di come formarlo, e ci siamo spiegati.

    Questo discorso, riferito all’adulto, può sembrare una specie di moralismo o la ricerca della purezza assoluta, ma è evidente che i grossi campioni preferiscono usare il talento. Inoltre, in un gioco di automatismi, due pensieri tra loro contrari nella testa non ci stanno: o si pensa al trucco o al gesto tecnico vero.

  • Il ragazzo che non si adatta e provoca

    Lo sport è tale se si può vincere o perdere. Un giovane deve potere praticare sempre uno sport ma, dove è possibile, farlo con altri di pari livello, altrimenti resta ai margini e patisce e, se è un talento, esclude gli altri dal gioco.
    Come mi comporto con un ragazzo che, in qualche modo, ignora e sminuisce gli altri perché si ritiene migliore?

  • Il ruolo dell’educatore sportivo

    Allenatore… Istruttore… Mister… Coach… Li possiamo chiamare in molti modi diversi ma ciò che, dal nostro punto di vista, contraddistingue chi opera nei settori giovanili è sicuramente il ruolo di “educatori” sportivi, prima di tutto.

  • L' allenatore sportivo eccellente

    L’allenatore sportivo deve essere leader, e rendere congruenti ragione, emotività e affettività.

    Il nuovo modo di allenare!  

    L’abilità dell’Allenatore Sportivo Eccellente (A.S.E.)si concretizza nel conoscere se stesso, nel saper gestire il proprio stato emotivo profondo e quello degli atleti.

    Ciò costituisce un vero elemento di novità nel panorama sportivo attuale capace di generare degli indiscutibili vantaggi per tutti i soggetti coinvolti nella relazione sportiva (atleti – società sportiva e altri terzi).

  • L'allenatore non può essere come un padre

    Con i propri allievi non si può essere come padri. E se, come spesso si crede, si tratta di un rapporto affettivo, attento a proteggere e non gravare di impegni, accondiscendente e impegnato tante volte a costruire la felicità, è un errore anche per un padre vero.

    Che cosa significa per un allenatore “essere un padre” con i giovani?

    L’adulto, nello sport e in ogni situazione in cui sia educatore o anche solo un modello da seguire, deve richiedere l’assunzione di compiti non graditi,

  • L'educatore

    L'educatore sa di dover essere un educatore e ha le conoscenze indispensabili per esserlo.

  • L'istruttore e il talento

    Attenzioni devono essere dedicate a tutti, perché l’obiettivo della formazione è lo sviluppo di tutte le qualità di qualsiasi allievo a prescindere dal talento di cui dispone. Altre, più accorte, devono essere dedicate in particolare al talento vero che si trova nei settori giovanili importanti, dove la differenza è che sono tanti e possono scambiarsi abilità tecniche di livello superiore, e non dove si pratica lo sport per tutti, in cui gli obiettivi principali sono divertirsi e fare attività fisica.

  • L’educatore vero

    Educare vuole anche dire trasmettere conoscenze e modi corretti, ma l'educatore deve avere anche altri caratteri.

  • L’istruttore e l’agonismo sbagliato

    L'istruttore, che se ne renda conto o no, è una figura importante che può sbagliare più nella formazione della persona che dello sportivo, che da solo è poca cosa, e per allenare un giovane a un agonismo sbagliato, basta annullare i caratteri che servono per quello giusto.
    L’istruttore che chiede ai giovani una competitività e comportamenti da adulti, e intanto usa sistemi che li mantengono bambini, propone un agonismo sbagliato.

  • La donna e lo sport

    C’è lo sport dei campioni, e sembra logico inseguirlo e copiarlo, ma i campioni sono pochissimi. Forse è illogico che, quando si parla di sport, si ignori quello che possiamo praticare per semplice piacere di misurare le nostre forze, salute e divertimento.

  • La formazione tecnica, atletica e mentale del giovane calciatore

    L’allenamento calcistico specifico per l’età evolutiva: proposte per la pianificazione della tattica di squadra nella fase di possesso palla. 

  • Limiti e difetti del talento

    Il talento è avvantaggiato perché prevale nel gioco e nella prestazione, ma spesso, per la propria dotazione è sottoposto a maggiori richieste, deve adattarsi agli altri a spese delle proprie capacità, tenere a freno la vivacità creativa e pagare con profonde insoddisfazioni uno sviluppo incompleto del proprio talento.

  • Perché lo sport continui a divertire

    Lo sport interessa se piace, mentre le prospettive sproporzionate, le fabbriche dei campioni, la sopravvalutazione e la sottovalutazione sono le cause principali degli abbandoni. Senza divertimento e gioia non c’è sport. Di solito si crede che nello sport occorra parlare di sacrificio, duro lavoro, rinuncia o voglia.

  • Quando la correzione è difficile

    Ci sono giovani che sembrano accettare tutte le ragioni, promettono di cambiare, ma poi ritornano sugli stesi errori e le stesse trasgressioni. Se si vuole attuare una correzione che abbia effetti duraturi e cambi il carattere, o almeno anche solo le abitudini, non basta sapere su cosa

  • Serve punire?

    Nello sport si sente spesso parlare di punizione per una sconfitta o per un errore magari involontario o non evitabile per rispondere a una richiesta che non può essere soddisfatta, ma ha ancora senso punire per formare degli adulti?

    Chiunque, compreso il bambino, quando trasgredisce deve andare incontro a una conseguenza certa, altrimenti può convincersi di essere sempre nel lecito o di essere autorizzato a spadroneggiare su chiunque. Non è, però, più il caso di parlare di punizione, anche se qualche volta non è un delitto perdere la pazienza. È diverso, invece, quando si usa la punizione come metodo educativo e formativo, perché impoverisce il rapporto, rende chi la subisce impermeabile anche agli apporti educativi corretti e non lo porta mai a una libera espressione delle proprie qualità.

    Chi adotta questi metodi manifesta i condizionamenti e gli errori di tutti gli altri rapporti educativi, e di solito porta nello sport la reazione a prevaricazioni che subisce altrove. Vuole stimolare facendo “come ha sempre fatto” o come “fanno tutti”, e crede sia sufficiente perché l’allievo rinunci alla trasgressione per assumere subito l’atteggiamento voluto. In pratica, vorrebbe segnalare distanza, disistima e delusione, e umiliare l’allievo perché la reazione produca una risposta positiva.

    Può, però, anche punire perché condizionato da un allievo che cerca la punizione per sfidare e fare il capopopolo nella squadra ma, paradossalmente, anche da quello che vuole avere attenzioni. In pratica, fa il gioco dell’allievotroppo reattivo, perché gli offre troppe possibilità di opporsi, dell’indolente, che paga la svogliatezza facendosi punire o di chi si sente non apprezzato, che può preferire un rapporto basato sulla punizione piuttosto che sentirsi rifiutato o escluso.

    Oggi la punizione è più pericolosa. Se l’allievo resiste, chi insiste con questi modi non la può aumentare all’infinito, e alla fine deve cedere perché si sente in colpa o perché si rende conto di peggiorare ulteriormente le cose. E poiché dipende dal giocatore per conseguire risultati, è sempre in una posizione di debolezza. In ogni caso, procura ostilità e risentimenti difficili da cancellare che, se il ricorso alla punizione dura per troppo ed è comminata anche nella famiglia, si esprimeranno anche nell’età adulta.

    Anche quando sembra accettarla, l’allievo accumula pericolose cariche di aggressività e motivi di vendetta che nasconde in varie forme di resistenza e opposizione. E più tardi, quando raggiunge una posizione nella quale si sente inattaccabile, può diventare ingovernabile, oppure manifestare in modo palese la sua incapacità e reclamare sempre un aiuto protettivo.

    La reazione si può manifestare in molti modi. C’è l’allievo che trae vantaggi, perché ha l’opportunità di pagare con una punizione, e quindi di non sentirsi in colpa e di non doversi impegnare per correggersi. Quello che, mostrandosi più impacciato e incapace, colpevolizza l’allenatore per i propri insuccessi. Quello che scarica sull’allenatore le proprie responsabilità e si può compiacere di decretare l’impotenza dell’adulto. E quello volutamente ostile e astioso, che trova una facile giustificazione al proprio comportamento.

  • Sport per bambini: quale scegliere e quando iniziare

    Lo sport deve essere adattato all’età, alle motivazioni e ai mezzi del giovane che lo pratica, altrimenti predispone all’abbandono o ad un adulto incompleto. Lo psicologo spiega come i bambini e gli adolescenti affrontano lo sport e come lo sport può diventare uno strumento educativo efficace.

  • Un figlio creativo, ma scontroso

    Un genitore non sa come difendersi dall’arroganza di un figlio intrattabile in famiglia, ma che mostra, invece, creatività, disciplina e rispetto nello sport.

Tehethon

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