Nello sport il dialogo è troppo spesso una cerimonia il cui uno parla e gli altri ascoltano. Con gli adulti può essere quasi una collaborazione tra pari, se l’allenatore fa conoscere le proprie opinioni perché siano condivise e accetta quelle utili che gli sono proposte. I giovani, invece, devono acquisire conoscenze e responsabilità da un istruttore che ha il compito di fornirle, ma con l’obiettivo di arrivare a un rapporto “adulto”. La difesa dagli eccessi, in ogni caso, è il mantenimento di ruoli ben distinti.

Lo sport è tale se si può vincere o perdere. Un giovane deve potere praticare sempre uno sport ma, dove è possibile, farlo con altri di pari livello, altrimenti resta ai margini e patisce e, se è un talento, esclude gli altri dal gioco.
Come mi comporto con un ragazzo che, in qualche modo, ignora e sminuisce gli altri perché si ritiene migliore?

Il rifiuto delle regole comuni è segno di gradito anticonformismo quando se ne conoscono di migliori, ma non si può proporre a un figlio che neppure le conosce nell’illusione di renderlo libero. Voglio un figlio che rifiuti tutti i vincoli e le regole che non ha scelto lui. Come faccio a trasmettergli questa libertà?

Un giovane può essere svogliato o anche astioso, ma un’accusa, una punizione, una sfuriata o una vittoria sterile non risolvono un conflitto e possono lasciare conseguenze imprevedibili.
Un allievo, dotato e bravo in allenamento, da qualche tempo in gara si tira indietro. L’ho rimproverato ed ho provato anche a punirlo, ma non ho ottenuto nulla.

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Tehethon

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