Negli ultimi tempi, anche squadre di rango hanno cali improvvisi o resurrezioni non spiegabili. Sicuramente ogni caso ha le proprie spiegazioni che solamente chi lo vive può descrivere nei particolari.

Qualche considerazione si può fare.

La prima, che conviene iniziare da cause lontane, in pratica dalla formazione, dove perlopiù s’insegna a giocare per vincere subito. In questo modo, oltre a frenare lo sviluppo del talento, che è sempre un’ottima garanzia per non cadere nel panico per una difficoltà o un imprevisto, quando si passa in vantaggio, di solito inizia un’altra partita. Si passa da un comportamento propositivo, cioè mettere in campo tutte le capacità per imporre il proprio gioco a una fase in cui si tenta di frenare quelle dell’avversario. in pratica si gioca per non perdere, che è rinuncia e difesa, perché si passa dalla sicurezza di imporre il proprio gioco alla paura di essere sopraffatti.

Perché un passaggio così rapido? La paura di fallire agisce in tempi brevissimi. Magari dopo un pericolo corso per una sbandata generale o anche per qualche azione della squadra avversaria che ha messo in seria difficoltà, s’inizia a giocare per non perdere. Gli automatismi, che significano giocare in scioltezza e costruire l’azione senza dover ricorrere al ragionamento, sono sostituiti dall’attenzione a non sbagliare, e quindi alla rinuncia al gioco propositivo, che è giocare per imporsi e per vincere, per sostituirlo con il gioco puramente di opposizione alle iniziative avversarie, che spegne la scioltezza, la lucidità e l’iniziativa personale.

Giocare per imporre il proprio gioco è del tutto diverso dall’adattarsi a quello dell’avversario solo per riuscire a neutralizzarlo, e implica addirittura l’intervento di strutture neurologiche diverse. La funzione dei neuroni specchio, per esempio, che permettono di inserirsi psicologicamente nell’azione dell’avversario come fosse la propria e prevederne lo sviluppo, è sostituita dall’attesa del suo gesto per mettere in atto la contromisura. È un procedimento troppo lento e che, soprattutto, impone una concentrazione dell’attenzione sui particolari e la perdita di vista dell’insieme.

E la squadra antagonista? Avverte subito la difficoltà degli avversari di giocare in scioltezza, il passaggio dalla libertà creativa al rallentamento delle azioni e la mancanza dell’imprevedibilità che dà il collettivo. Smette di essere troppo guardinga e inizia a osare, perché si sente più sicura e si rende subito conto di giocare in scioltezza. In questi casi, la squadra che è in crisi, invece, si limita a difendersi o, quando prova a reagire, non riesce a passare subito agli automatismi, e gioca prima di tutto per non sbagliare. In pratica, “ragiona” prima di fare ed ha difficoltà a capire che cosa faranno i compagni, ma così rallenta le azioni e non riesce a creare collettivo.

Come avvengono questi passaggi così improvvisi? Tra due squadre che non sono già in crisi, il meccanismo è sempre lo stesso, e le differenze, quando una riesce a recuperare più rapidamente, sono un collettivo vero e una maggiore maturità complessiva.

Nell’analisi dei questionari, si evidenzia che il concetto di autonomia non ha lo stesso significato per tutti. Molti tendono addirittura a considerarla un rischio, perché la credono Indipendenza assoluta, quasi una specie di anarchia, estraneità a qualsiasi vincolo e licenza di realizzare obiettivi personali senza tenere conto degli altri o contro di loro.

Attenzioni devono essere dedicate a tutti, perché l’obiettivo della formazione è lo sviluppo di tutte le qualità di qualsiasi allievo a prescindere dal talento di cui dispone. Altre, più accorte, devono essere dedicate in particolare al talento vero che si trova nei settori giovanili importanti, dove la differenza è che sono tanti e possono scambiarsi abilità tecniche di livello superiore, e non dove si pratica lo sport per tutti, in cui gli obiettivi principali sono divertirsi e fare attività fisica.

L'istruttore, che se ne renda conto o no, è una figura importante che può sbagliare più nella formazione della persona che dello sportivo, che da solo è poca cosa, e per allenare un giovane a un agonismo sbagliato, basta annullare i caratteri che servono per quello giusto.
L’istruttore che chiede ai giovani una competitività e comportamenti da adulti, e intanto usa sistemi che li mantengono bambini, propone un agonismo sbagliato.

Il talento vero, ma non ancora formato, possiede i caratteri di un’intelligenza vivace, ma non ancora l’armonia, il carattere, le esperienze e la costanza per essere costruttivo.
Il talento è raro ed è un tipo particolare, somma di abilità tecnica e ingegno, un po’ genietto e un po’ Perino che dà grosse soddisfazioni, ma anche grattacapi.
Occorre conoscerlo, altrimenti si rischia di trattarlo da fenomeno e pretendere che lo sia, o credere che possa imparare prima e far vincere quando vuole.
Oppure accontentarsi di quanto dà, e non rendersi conto che ha molte altre qualità che può perdere, lasciare andare incontro a uno sviluppo non costruttivo o considerare spigoli da limare.

Dove mancano dialogo e rapporto, l’allenatore ha difficoltà a capire se è seguito dal gruppo. Insieme alla stima e alla fiducia, favorisca anche l’intesa e l’alleanza, ma senza cercare verifiche verbali, perché si mostrerebbe troppo bisognoso e perderebbe autorevolezza.
Conquistare la stima e la fiducia del gruppo

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