Le domande degli allenatori

Un allenatore chiede se si può comportare allo stesso modo con chi è o non è pagato.

Se quest’allenatore è convinto che sia più difficile pretendere da un dilettante, che richiederebbe spiegazioni e atteggiamenti diversi per quanto riguarda decisioni tecniche, comportamentali e disciplinari, il quesito è mal posto.

 Se si gioca per piacere e per passione, non dovrebbero esserci differenze. La professionalità, cioè un rapporto evoluto con lo sport, dovrebbe essere uguale per tutti, per qualsiasi obiettivo si giochi. Gli schemi e gli obblighi sono gli stessi e l’allenatore pensa a tutti nello stesso modo. La distinzione, quindi, non dovrebbe essere necessaria giacché, per gestire una squadra, è meglio trattare tutti in modo che ognuno risponda perché si sente apprezzato per ciò che è e fa.

Se parla di professionismo, le differenze non sono nel comportamento, ma in un metodo di lavoro più orientato alla scoperta del talento e meno alla ricerca del piacere personale. Se siamo convinti che le spiegazioni, l’intesa, la collaborazione, la gradevolezza del lavoro, il cercare di essere sempre costruttivi e il rispetto delle regole costituiscano il modo più efficace per formare uno sportivo o una squadra, perché non adottarlo allo stesso modo con quelli che hanno meno privilegi e con quelli che dovrebbero già essere soddisfatti perché sono pagati?

È anche possibile che avvenga il contrario, che il giocatore più pagato abbia un passato di riguardo e pretenda che gli sia riconosciuto, e allora occorre fare alcune distinzioni che lo riguardano. Se merita il riconoscimento economico per l’utilità che porta alla squadra e la professionalità che profonde, è più probabile che gli altri gliela riconoscano, purché siano valutati per l’impegno che profondono. Se pretende ossequio per il suo nome, può creare qualche problema in più anche se s’impegna come gli altri, perché non tutti sono disposti a concederlo. Se, invece, è venuto per godersi un tranquillo prepensionamento, è il caso di non averci a che fare.

Neppure un grosso ingaggio è una garanzia. Ci sono sportivi celebrati, per esempio, che proprio per questo, decidono di prendersi un periodo di offesa permalosa per essere ceduti venendo meno alla professionalità per la quale sono pagati. Si dice che al pubblico bastino una buona prestazione, una vittoria o una dichiarazione di fede o di ravvedimento per dimenticare tutto. Negli ultimi tempi, però, si è visto che sportivi che hanno danneggiato la squadra, a volte non sono stati riaccolti, o lo sono, ma devono aspettarsi astio anche per un normale scadimento di forma.

Non ha logica neppure lasciar correre nella squadra di dilettanti. Se si supera il limite oltre il quale dal rispetto per ognuno si passa a un clima in cui si permette troppo, non si riesce più a gestire la responsabilità e l'impegno di nessuno.

Anche se sembra difficile da credere, ci sono poi casi nei quali anche un professionista vero sia trattato con pochi riguardi. A parte che ciò va contro l’efficienza e il rendimento, non è detto che chi è pagato accetti di subire. Chiunque è sempre convinto di ricevere per quanto dà, e non ci sta a barattare l'ingaggio con la sottomissione e l'acquiescenza.

Vincenzo Prunelli

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