Etica e Salute

Gli adolescenti in Italia oggi: una risorsa preziosa non sostenuta da politiche e prassi idonee. Una disanima scientifica preziosa, con tante proposte.

 Introduzione

Il 9 Rapporto del Gruppo CRC è stato reso pubblico il 30 aprile scorso, ma non ha avuto molto risalto sulla stampa nazionale. È un documento denso e complesso che tratta di molti argomenti attinenti la vita dell’infanzia e dell’adolescenza, tutto valutato alla luce della Convenzione sui diritti dell’ONU. Il suo scopo non è solo di fare una disamina imparziale della situazione, con modalità e criteri scientifici, ma anche, di offrire proposte, suggerimenti e osservazioni non solo alle più alte autorità dello stato e al legislatore, ma e soprattutto, al cosiddetto “quadrilatero formativo”: famiglia, scuola, istituzioni e terzo settore.

Già il sottotitolo, in realtà il titolo del primo capitolo del rapporto, indica che c’è molto da fare per rivalutare e dare nuovo status sociale, nuovo slancio, nuovi valori e nuove mete agli adolescenti, oggi in Italia. Nelle prime due parti di questo articolo vengono riprodotti paragrafi del rapporto che abbiamo valutato più attinenti agli scopi specifici della nostra associazione e del nostro sito, cioè quelli più vicini allo sport giovanile quale strumento di educazione alla vita, crescita equilibrata psico-fisica e spirituale, inclusione sociale, nel rispetto di valori condivisi.

Nella terza parte sono riportate proposte, osservazioni e suggerimenti riassunti dal rapporto sui quali torneremo in successivi articoli di approfondimento e di proposizione.

 

Alcune considerazioni di ordine generale

Al primo gennaio 2015, in Italia gli adolescenti nella fascia 14-17 anni erano 2.294.000, su un totale di persone di minore età di 10.096.000.

I contesti socio-esistenziali e gli esiti di questa ricerca scientifica sul “pianeta adolescenza” rimandano a una “marginalità”, alimentata da un sistema valoriale adulto, incapace di garantirne la progettualità esistenziale.

Gli adolescenti oggi sperimentano nuove solitudini all’interno dei nuclei familiari, con figure genitoriali che vivono in condizioni lavorative, emotive e affettive stressanti, e spesso frustranti. I giovani si trovano inoltre, per la prima volta, a dover fare i conti con la possibilità di un futuro peggiore di quello dei loro genitori, a causa della crisi economica, e ne sono particolarmente consapevoli. Alcuni di loro hanno anche dovuto assumere il ruolo di caregiver familiari, prendendosi regolarmente cura di parenti disabili o di adulti e anziani malati e fragili.

Si assiste a un allentamento delle reti primarie di parentela, e a un maggiore isolamento delle famiglie, fenomeno complicato ulteriormente dalle modifiche del tessuto familiare derivanti anche da separazioni e divorzi.

I social network sono diventati lo strumento sempre più utilizzato per conoscere altre persone e per costruire e gestire una parte significativa delle relazioni con gli altri, secondo modalità profondamente diverse da quelle delle generazioni precedenti. Stando i dati ISTAT, “quella attuale è, infatti, la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità”: nel 2014, l’83% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni utilizzava Internet con un telefono cellulare e il 57% navigava sul Web. I maggiori fruitori di tecnologia sono gli adolescenti 14-17enni, i quali utilizzano giornalmente (o più volte alla settimana) il telefono cellulare nel 92,6% dei casi (contro il 67,8% degli 11-13enni), nel 50,5% dei casi usano il personal computer (contro il 27,4%) e nel 69% dei casi navigano su Internet (contro il 39,4%). Le ragazze fra gli 11 e i 17 anni usano più frequentemente dei coetanei maschi sia il telefono cellulare, sia Internet.

Tali abitudini hanno un impatto anche sulla sedentarietà degli adolescenti. Quattro ragazzi su dieci (il 42%) trascorrono davanti al televisore da una a due ore al giorno; il 24,5% ne fa un utilizzo ancora più intenso, che va da 2 a 4 ore e il 6,2% vi trascorre oltre 4 ore. Inoltre, aumenta il numero di chi fa un uso intenso del PC: il 23,6% lo usa da 2 a 4 ore e circa il 12% più di 4 ore. Non è salvaguardato neppure il momento dei pasti e alcune interessanti ricerche stanno cercando le possibili correlazioni tra l’uso delle nuove tecnologie e il comportamento alimentare nella popolazione adolescente.

Si tratta di un cambiamento profondo, che vede protagonisti prima di tutto gli adulti educanti, che nella relazione educativa rivelano una maggiore tolleranza di fronte alle trasgressioni, un’incapacità di porre limiti, fino all’erosione dell’autorevolezza e dell’autorità. Gli adulti di riferimento palesano una minore capacità di ascolto e di gestione della quotidianità dei figli adolescenti, e non solo per mancanza di tempo: fanno difetto le conoscenze e la formazione adeguate a sostegno del ruolo genitoriale. Il gruppo dei pari, la Rete Internet, gli stili di vita proposti dai mass media esercitano una forte influenza sui giovani, nei quali si rileva una diminuzione della percezione del rischio e una forte pressione ad assumere comportamenti e condotte a rischio che provocano isolamento, inquietudine, arrendevolezza. Appare quindi evidente anche la necessità di reale sostegno al ruolo genitoriale.

Spesso, gli adolescenti concentrano l’attenzione sull’aspetto esteriore, sull’apparire e sull’avere piuttosto che sull’essere, che non è altro che l’indice di una costante necessità di conferme esterne. Genitori e insegnanti in primis, a loro volta, spesso, non sanno semplicemente che cosa fare. Si ricorre sempre di più allo specialista (psichiatra o psicologo) per mere questioni educative o, al contrario, non vi si ricorre tempestivamente anche di fronte a disturbi evidenti.

Le indagini svolte ai fini del rapporto, per seguire l’evolversi dei comportamenti e delle abitudini degli adolescenti, ci mostrano una “generazione all’eccesso” ben decifrabile in alcuni ambiti:

  • Uso di sostanze psicoattive: studi e ricerche evidenziano come l’uso di sostanze psicoattive da parte dei giovani sia in costante aumento. Spesso, gli adolescenti usano le droghe per curiosità oppure perché procurano sensazioni piacevoli e, più frequentemente, per sentirsi accettati dal gruppo dei pari. Il policonsumo di sostanze, legali e illegali, rappresenta lo stile prevalente, soprattutto per quanto riguarda l’assunzione di alcol, tabacco e cannabis: il 63,4% degli studenti che hanno ammesso il policonsumo ha dichiarato l’assunzione di queste sostanze psicoattive nei 30 giorni precedenti la rilevazione.
  • Comportamento sessuale: è sempre più centrato sull’apparire, incoraggiato dai messaggi che giungono dal mondo degli adulti. Il sexting, legato a un uso non consapevole dei social network, è un fenomeno che può denotare (a seconda delle età e delle modalità in cui avviene) un approccio alla sessualità inadeguato e l’incapacità di riconoscere i propri limiti o di opporsi alla pressione sociale: mancano percorsi idonei di educazione all’affettività e alle emozioni. Inoltre, a dimostrazione della dimensione dei rischi a cui i ragazzi e le ragazze si espongono quotidianamente, utilizzando la Rete, oltre il 60% degli intervistati di una ricerca afferma che condividere le proprie foto a sfondo sessuale è una scelta individuale.
  • Gioco d’azzardo: dai dati dell’Osservatorio sulle Tendenze e Comportamenti, rilevati su un campione di circa 4.000 giovani su tutto il territorio nazionale, emerge che tra i nativi digitali: l’11,5% dei ragazzi intervistati gioca regolarmente d’azzardo online; il 13% scommette online, sul calcio per il 77% e su altri sport per il 10,4%; il 29% gioca anche nei centri scommesse (in genere gli adolescenti dai 17 ai 19 anni) e punta per l’88% sul calcio.
  • Gli adolescenti che subiscono o hanno subìto azioni di bullismo e/o cyberbullismo, anche omofobico, sono oltre il 50%. Secondo un’indagine ISTAT, “nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle tipiche azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese”. Si sottolinea poi che “tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network”. Le ragazze sono le vittime più frequenti di cyberbullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).
  • Autolesionismo: l’aumento dei casi di comportamenti autolesivi è diffuso a livello europeo e, adesso, sta diventando manifesto anche in Italia. Si tratta di comportamenti che l’adolescente mette in atto nel tentativo di liberarsi dall’angoscia o per alleggerire un dolore interiore.
  • Si evidenzia come molti disturbi psichiatrici esordiscano proprio in età adolescenziale o assumano in questa fase nuove caratteristiche che li rendono maggiormente evidenti. Tra questi disturbi, i più rilevanti – per l’impatto che hanno sul comportamento dell’adolescente e sui suoi compiti evolutivi, nonché per l’urgenza di una diagnosi precoce che consenta di mettere in atto interventi tempestivi e mirati che modifichino la prognosi – sono: il disturbo bipolare, la psicosi schizofrenica, i disturbi del comportamento alimentare, i disturbi di condotta e di personalità.

Per ciò che attiene le transizioni scolastiche e verso il mondo del lavoro, l’Italia è tra i Paesi europei con il più alto tasso di dispersione: nel 2014, il 15% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha conseguito al massimo il titolo di scuola media. Molti dispersi finiscono per rientrare nella categoria dei Neet, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano (not in education, employment or training). L’ISTAT ne ha contati oltre due milioni, circa il 24% dei giovani tra i 15 e i 29 anni; una quota significativamente superiore alla media dell’Unione Europea.

Il caso complesso delle migrazioni ci pone poi di fronte a una molteplicità di sfide, anche rispetto ai minori stranieri di seconda generazione. Al compito evolutivo del passaggio dall’infanzia all’età adulta, si aggiungono: la duplice appartenenza culturale; le differenze linguistiche e di tradizioni; l’inversione generazionale. Per queste ragazze e ragazzi, se nati all’estero, il compimento dei 18 anni può comportare una grave precarietà di vita: infatti, divenuti maggiorenni, la possibilità di continuare a soggiornare regolarmente in Italia dipende unicamente dalla prosecuzione degli studi o da un contratto di lavoro o dall’appartenenza a una famiglia dotata di buone risorse abitative e di reddito.

I dati sulla criminalità minorile registrano negli ultimi anni, se complessivamente considerati, una lieve flessione. Non si osservano variazioni significative nelle percentuali interne tra maschi e femmine e tra italiani e stranieri; si intravvede un lieve aumento, in percentuale, dei reati di violenza contro la persona e dei reati intra-familiari; mentre gli operatori riportano un tendenziale aumento delle problematiche di tipo psichico, spesso non riscontrabili dai dati per via della scelta di preferire comunque l’inserimento in comunità educative, rispetto a quelle terapeutiche.

Tuttavia, uno sguardo più attento ci consente di cogliere anche le spinte positive e creative degli adolescenti, che chiedono al mondo adulto riconoscimento e valorizzazione. Un recente lavoro di analisi, compiuto sulle lettere di giovani tra i 16 e i 20 anni, mette in evidenza come nelle parole dei ragazzi e delle ragazze il tema del futuro porti con sé non soltanto incertezze e paure, ma anche un grande amore per il mondo e per la vita, il desiderio di proteggere la natura, la preoccupazione per il pianeta e l’urgenza di fare qualcosa.

È interessante inoltre rilevare che, sebbene in Italia la fruizione culturale e in particolare la lettura sia molto carente, le fasce d’età 11-14 e 15-17 mostrano percentuali migliori rispetto al totale della popolazione: rispettivamente il 52% e il 54% hanno letto almeno un libro nel 2015, rispetto al 42% della popolazione dai 6 anni in su. In tutte le fasce, anche quelle adolescenziali, il divario tra maschi e femmine è molto pronunciato, con le ragazze 15-17 che arrivano al 66% (2 su 3 legge) a fronte del 43% dei ragazzi. Anche la quota di adolescenti che sono andati almeno 1 volta in un anno a teatro, al cinema, ad una mostra, un museo, ad un concerto è molto più elevata della media (estesa alla popolazione sopra i 6 anni), sebbene ancora molto ridotta rispetto agli altri paesi europei.

Ragionare sulle politiche per gli adolescenti, considerandole come parte delle politiche rivolte in senso più ampio ai giovani, è importante, anche perché è in corso – anche a livello europeo – un tentativo di profondo rinnovamento di queste politiche, che mira a promuovere iniziative che mettano definitivamente da parte la visione dei giovani come problema, riconoscendo loro pienamente lo statuto di risorsa rispetto cui rilanciare le politiche di empowerment. Si tratta di un grande sfida, in cui si riconoscono tra le esigenze prioritarie dei giovani la partecipazione alla vita democratica, la cittadinanza attiva, maggiori opportunità in campo educativo e nella formazione, anche oltre la scuola, e l’accesso a politiche attive del lavoro (orientamento, accompagnamento, outplacement).

Occorre inoltre promuovere una cultura delle scuole “aperte”, connesse alle realtà circostanti, per favorire un apprendimento articolato e costruire una scuola capace di rimotivare gli adolescenti attraverso l’utilizzo di metodologie didattiche laboratoriali, di cooperative learning, di peer education. È auspicabile creare sinergie efficaci tra pedagogisti, psicologi, educatori, docenti e famiglie, attraverso protocolli di azioni pedagogiche e/o d’intervento specialistico nelle situazioni con tratti psicopatologici.

Il Gruppo CRC sottolinea quindi la necessità di interventi educativi qualificativi, che coinvolgano sinergicamente e congiuntamente gli attori del “quadrilatero formativo” (famiglia, scuola, istituzioni, Terzo Settore) e, allo stesso tempo, attivino le risorse dei ragazzi e delle ragazze e ne valorizzino il protagonismo. Investire adeguatamente significa permettere agli adolescenti di progettare percorsi di vita, rafforzati da un forte senso di appartenenza e di cittadinanza, da vivere fuori dalla marginalità, come protagonisti reali – e non virtuali – del tessuto sociale; significa riconoscergli il diritto a una formazione continua ed efficace e alla sperimentazione di sé attraverso percorsi scuola-lavoro organizzati. È urgente che si ricominci a parlare dell’adolescenza come di una fase di crescita, di evoluzione e di preparazione all’età adulta.

Proteggere i ragazzi, privarli dell’altalena o del pallone, difenderli da qualunque cosa possa sporcarli o contaminarli e consegnare loro una tastiera, di qualsiasi genere, non vuole dire educarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati, facendo prevalere una percezione della scuola e della vita come una lunga serie di ostacoli.

Le attività non strutturate dei ragazzi, sono quelle che il ragazzo deve poter scegliere da protagonista, seguendo la passione o la curiosità del momento, come ad esempio leggere, inventare storie, trasformare oggetti comuni in giochi nuovi. La voglia di giocare liberamente è innata nei bambini; più che di indicazioni su cosa fare, hanno bisogno di risorse disponibili, del tempo e del permesso di fare.
 

Le attività motorie e lo sport

Esse costituiscono un mezzo, un’occasione veramente privilegiata per favorire e facilitare la socializzazione del bambino e dell’adolescente, in quanto permettono loro di relazionarsi, interagire e confrontarsi in un’attività di divertimento, quindi in un momento di per sé piacevole. È risaputo che nei momenti di benessere l’individuo è più disponibile e aperto al confronto, alla collaborazione e al rispetto dell’altro. Da qui nasce l’importanza dello sport all’interno della crescita e della maturazione personale: attraverso di esso il ragazzo può “fare esperienza” dell’altro, può condividere divertimento, fatica, impegno, entusiasmo e delusione che lo aiutano a capire meglio se stesso e l’altro. Sviluppando empatia, sarà in grado di lavorare più attivamente e positivamente all’interno del gruppo e avrà la possibilità di imparare a interagire in modo costruttivo con i compagni.

Sfortunatamente, come emerge dalla ricerca “Lo stile di vita dei bambini e dei ragazzi”, in Italia quasi un bambino su cinque (17%) non fa sport nel tempo libero e per il 27% di loro la motivazione deve essere ricercata nella mancanza di possibilità economiche delle famiglie di affrontare questa spesa.

Circa un minore su dieci, invece, non pratica attività motorie, neppure a scuola (11%), per mancanza di spazi attrezzati o per l’assenza di tali attività nel programma scolastico.

Per contro, l’attività sportiva occupa un posto rilevante nella vita degli adolescenti: il 67,2% dei ragazzi e il 51,5% delle ragazze tra i 14 e i 17 anni svolgono regolarmente attività sportiva nel tempo libero, anche in forma agonistica.

Le occasioni di sport e movimento però non si esauriscono alla pratica sportiva e la sedentarietà dei ragazzi si conferma un tratto distintivo: un intervistato su quattro dichiara di camminare non più di 15 minuti al giorno, percentuale che sale a uno su tre nel Centro Italia; solo il 4% afferma di percorrere a piedi più di un’ora al giorno. Due su cinque vanno a scuola accompagnati in macchina da un familiare, mentre gli altri si muovono utilizzando mezzi pubblici (17%), a piedi (28%) o con la bicicletta (15%). Tra i ragazzi che utilizzano la bicicletta, si segnala un incremento del 6% rispetto alla precedente rilevazione, percentuale che sale fino al 22% per i ragazzi fra gli 11 e i 13 anni.

Per la fascia di età 0-6 anni, analizzata nell’Introduzione al precedente Rapporto CRC, si vedono dei miglioramenti: il 23,4% dei bambini tra i 3 e i 5 anni pratica attività fisica in modo continuativo (erano il 22,4% l’anno passato), il 4,5% in modo saltuario (erano il 2,9%), il 20% pratica solo qualche attività fisica (erano il 23,6% nel 2014); sfortunatamente il 48,1% non pratica sport, né attività fisica (48,7% nel 2014).

Il 9° Rapporto CRC ha scelto come fil rouge la fascia di età 14-18 anni, che sarà qui analizzata suddividendola in due sottogruppi, come da dati ISTAT: la fascia di età 15-17 anni e 18-19 anni.

Per la fascia di età 15-17, il 47,7% dei ragazzi pratica attività fisica in modo continuativo (il 39,2% per la fascia di età 18-19 anni); l’11,9% in modo saltuario (12,3%), il 18,8% pratica solo qualche attività fisica (20% per i 18-19 anni); il 21% non pratica sport, né attività fisica (27,9%).

Questa grande differenza tra le due fasce di età è dovuta soprattutto al dropout sportivo, che ha una parabola discendente al crescere dell’età. L’agonismo esasperato, le aspettative e le pressioni eccessive rappresentano alcune delle sue cause. Talvolta l’abbandono dell’attività può dipendere anche dalla specifica disciplina sportiva: il bambino/adolescente, ad esempio, può rendersi conto di essere meno dotato degli altri, e non essere più disposto a misurarsi con loro per paura dell’insuccesso; in altri casi, può essere stanco dell’agonismo e di essere trattato come un piccolo professionista, troppo sollecitato affinché vinca sempre; o, ancora, può vivere rapporti difficili con la società sportiva e con l’allenatore, che non lo apprezzano e non lo considerano come vorrebbe.

Per i bambini con malattia cronica o rara o con disabilità lo sport è un mezzo per favorire la loro autostima e la valorizzazione delle loro possibilità di successo, nonostante la malattia, grazie a quel valore importantissimo che è l’inclusione sociale. Più spesso, invece, i bambini con problemi di salute non praticano sport, né a scuola, né fuori della scuola, principalmente per tre motivi:

  • Perché si teme che possa essere pericoloso: molti genitori di bambini con asma e allergie, e spesso gli stessi bambini, temono l’insorgenza di una crisi durante e/o al termine dell’attività sportiva;
  • Per motivi di vergogna e scarsa valorizzazione delle proprie possibilità di successo, che inducono i bambini a rinunciare a mettersi in gioco;
  • Per poca disponibilità all’inclusione del bambino con problematiche di salute, sia per questioni di responsabilità, sia per questioni di scarso rendimento o di frequenti assenze.

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