Rugby

Festa di fine anno in una società sportiva. 

Arrivano bambini di sette, otto anni accompagnati dai genitori, che li lasciano subito liberi di giocare senza nessun tipo di raccomandazione, dal non sporcarsi al non litigare o stare attenti a non farsi male.

I bambini entrano nel campo degli adulti con alcuni attrezzi e iniziano a giocare. Si dispongono più per giocare tutti che per fare una partitella. Subito i più piccoli sono chiamati in causa e nessuno approfitta della stazza fisica o della maggiore abilità per essere l’unico a stare al centro del gioco.

Lo sport non è per fisici delicati. Si vedono scontri che a un occhio non abituato mettono paura, ma non si sente un lamento, e non si vedono una reazione risentita o un muso lungo come capita a un bambino che vorrebbe reagire a un’offesa ricevuta da un altro più grande e, ovviamente, non ha i mezzi per farlo.

Nonostante la rudezza del gioco, non c’è mai nulla di violento o maligno, magari qualche calcetto inferto da dietro, una gomitata a tradimento o qualsiasi cosa furtiva come risposta al colpo ricevuto. Questi climi sono difficili da vedere, ma sono normali, perché i bambini conoscono i trucchi, la slealtà, la furbizia e la vigliaccheria solo se li insegna l’adulto. E, a differenza di quanto avviene in altri sport, quando uno stramazza male, l’artefice dell’intervento si ferma e lo aiuta a rialzarsi.

La spiegazione arriva appena dopo, quando si presenta l’istruttore, un ragazzone che ispira simpatia solo a guardarlo. I bambini lo accolgono con grida di saluto, e partono tutti insieme all’assalto appena entra in campo. Si aggrappano da tutte le parti per atterrarlo, ma il ragazzone resiste senza fare nulla per compiacerli. Anzi, fa anche lui le sue entrate e subisce gli interventi badando solo a trasformarsi nel loro stesso peso, come se la giocasse alla pari.

Si accorge, poi, della presenza di un bambino mai visto prima che stava giocando con gli altri come fosse sempre stato nel gruppo, anche se del tutto digiuno di questo sport. Lo chiama da parte, gli dà alcune indicazioni perché si possa divertire come gli altri e lo rimanda nella mischia.

A un certo punto arriva in corsa un uragano che, con un intervento scomposto, travolge e fa rotolare uno dei bambini più piccoli, e nella foga gli cade addosso. Penso che questa volta almeno qualche lacrimona sia inevitabile, anche perché stanno un po’ nella stessa posizione e non si rialzano. Guardo la madre del piccolo, che ha osservato la scena: continua a parlare tranquillamente con la vicina. Guardo ancora i due bambini a terra e mi accorgo che se la stanno ridendo. Decido di seguirli per scoprire magari qualche reazione ritardata. A un certo punto, il piccolo punta l’altro con una carica decisa, e il grande stramazza al suolo come fosse stato steso da un carrarmato.

Solo un genitore, alla vista del figlio buttato a terra per la quarta volta, urla: “Fatti furbo stupido. Alzati e dagli una testata”. Si alza allora un genitore che, in nome di tutti, lo ammonisce: “Guardi che qui queste cose non si fanno e, soprattutto, non si dicono”.

Il gioco dura più di due ore con tutto impegno e poche pause, e senza strane concentrazioni, richiami all’orgoglio e alla maglia, urla, insulti e mancette per un goal, una vittoria in piscina o una volée riuscita su un campo da tennis.

E dopo, siamo in estate, a rinfrescarsi sotto un rubinetto e ad arrangiarsi ad andare a prendere nella borsa qualcosa per asciugarsi.

Quali osservazioni si possono trarre da un semplice pomeriggio di gioco?

  • I bambini si divertono molto di più se non sono regolamentati come soldatini e possono scegliere da soli il gioco o anche solo il modo per organizzarlo. E se consideriamo che non debbano ancora pensare a tattiche o schemi, ma acquisire armonia, sviluppare iniziativa personale e scovare soluzioni con la fantasia, imparano anche di più.
  • Nel gioco non mettono intenzioni malevole se non sono condizionati dagli adulti, e nell’avversario non vedono mai un nemico, ma semplicemente un compagno di giochi. E non è vero che non conoscono la solidarietà e l’aiuto all’avversario, anche perché è uno sport nel quale li praticano anche gli adulti.
  • Sono affascinati da ciò che riescono a fare e poco dal risultato, tanto che possono vincere o perdere senza smarrire il gusto del gioco: finita una partita, se ne inizia un’altra come fosse la prima, e sempre da zero.
  • La concentrazione di un bambino, e chissà che un giorno riusciamo a convincere che è la stessa anche di un adulto, sono un allenatore e genitori che non disturbano con i loro schiamazzi, lo apprezzano per ciò che sa fare senza chiedergli prestazioni impossibili e non lo umiliano con un giudizio se non vince.

Vediamo che cosa fanno e hanno fatto l’istruttore e i genitori.

  • Anche i più piccoli fanno parte del gioco. I bambini sono egoisti, e se in campo c’è una palla sola la vogliono tutti, e se ciò non avviene, significa che sono stati preparati ad accogliere tutti nel gruppo, come avviene anche per il nuovo bambino.
  • Nessuno s’impressiona per qualche carica decisa, e nessun bambino fa scene strazianti per chiedere protezione o far punire il compagno. Molti genitori hanno praticato lo stesso sport, e quindi esiste una cultura della lealtà, che rifiuta la vigliaccheria, sa che un bambino si deve misurare con le proprie forze, e rifiuta quella protezione che rende i bambini bisognosi di qualcuno sempre pronto a difenderli e in diritto di fare ciò che vogliono senza pagarne mai le conseguenze.
  • Nel gioco, l’adulto si sa mettere alla pari con il bambino, il che significa regolare la propria forza sulle sue possibilità e concedergli di vincere per l’impegno e la perizia che ci mette, ma non perdere appositamente e in modo visibile per paura di umiliarlo o per incoraggiarlo attribuendogli meriti che, invece vanno guadagnati. Ricordiamo sempre che la realtà è impietosa, e un bambino illuso che viene ridimensionato diventa facilmente uno sconfitto.
  • Il genitore che non si precipita ad ogni lamento del figlio, ed è pronto ad accorrere solo quando è necessario, gli dice che non è un fuscello debole che non si può misurare con gli altri, sempre violenti, maleducati e grossolani. Attenzione, quindi. Un bambino convinto che un graffietto sia una ferita, la salute uno stato precario sempre da difendere, le braccia appendici che non servono neppure a tirarsi su le brache da soli e il mondo una massa di cattivi e malintenzionati, da adulto la troverà lunga, molto lunga.
  • Facciamo attenzione a non giustificare tutto, perché ogni eccesso criticabile dello sport, con il tempo e le scusanti, dalla classifica e dall’adrenalina in poi, diventa consuetudine difficile da correggere. Per fortuna, anche i comportamenti etici, o anche solo “puliti”, si trasmettono dai genitori ai figli. Lo dimostrano questi genitori quando richiamano il padre che di sicuro è cresciuto in un altro sport.

Dimenticavo: la società è il CUS TORINO, Scuola rugby giovanile.

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