Pallavolo

C’era una volta il gioco: Chiunque abbia a che fare con i bambini è certamente a conoscenza dell’importanza educativa del gioco e di come loro siano motivati e siano totalmente coinvolti da un’attività faticosa e impegnativa, ma tanto gratificante e divertente solo un bel gioco può essere.

Qualcuno ha paragonato il gioco del bambino all’allenamento dell’atleta e al lavoro dell’uomo adulto. Un lavoro piacevole e istruttivo grazie al quale il bambino soddisfa il bisogno di conoscere e di conoscersi, sollecita il sistema nervoso e tutto l’organismo, stimola la fantasia e la creatività, impara i modi per avviare un corretto rapporto con gli altri e, di conseguenza, impara a inserirsi nella società.

Di fatto il gioco concorre alla formazione della personalità, dell’organizzazione motoria, delle facoltà funzionali, sociali, affettive e cognitive. È per questo che l’uomo lo ha sempre impiegato per acquisire e sviluppare le proprie abilità.

I giochi sono “vecchi” come l’uomo e con l’evoluzione del genere umano si sono arricchiti e trasformati. In questo processo molti giochi sono scomparsi, altri sono arrivati sino ai nostri giorni venendo comunemente identificati con l’appellativo di “tradizionali”. Il gioco tradizionale è generalmente correlato all’acquisizione di concetti fondamentali appartenente allo schema corporeo, allo spazio, al tempo, alla socializzazione, che nel lavoro complesso costituiscono la base delle capacità motorie, senso percettive ed emotive. Purtroppo per ragioni sociali legate alla brusca transizione dalla società agricolo pastorale a quella industriale, anche i giochi tradizionali tendono a scomparire. In questo modo si disperde parte della nostra storia e della nostra cultura parallelamente, vengono a mancare le condizioni fondamentali per sollecitare tutte le capacità necessarie per la pratica del gioco stesso.

Nella realtà quotidiana il bambino passa molto tempo in casa davanti alla TV, anche perché si diradano gli spazi utilizzabili per i giochi di movimento: la strada, il cortile, i campi. Spazi che sono necessari per l’organizzazione e la creazione del gioco con i compagni, in condizione di libertà e senza l’intervento dell’adulto.

Ne consegue che la maggior parte dei bambini, non potendo provvedere autonomamente allo sviluppo psicomotorio nel rispetto di bisogni, ritmi ed esigenze individuali, è costretta ad adattarsi alle direttive dell’adulto, potendo tra l’altro dedicarsi all’attività motoria solo per tempi ridotti. In sintesi, esperienze strutturate seguono la crescita del bambino.

L’insegnante e l’istruttore, nel poco tempo a disposizione, devono quindi programmare giochi e attività che favoriscano lo sviluppo psicofisico del bambino, e che colmino in parte le lacune causate dalla mancata occasione di una crescita spontanea e naturale. 

Dal Minivolley alla pallavolo

Anche se il minivolley è la pallavolo dei piccoli, non si deve impostare l’attività dei mini atleti come la riduzione dell’allenamento dell’adulto. Si devono, infatti, proporre stimoli e situazioni che facilitino l’apprendimento, dando particolare spazio alle fasi sensibili di uno schema motorio o di una capacità coordinativa. Per fase sensibile di uno schema motorio o di una capacità coordinativa s’intende il periodo in cui questo ha il suo maggior sviluppo e può quindi essere meglio appreso. Il minivolley, a questo proposito, copre la fascia d’età fino ai dodici anni che è fondamentale sia per lo sviluppo motorio, sia per le capacità di coordinazione. Un corretto allenamento deve dunque avere come scopo la capacità motoria e come contenuto l’insegnamento dei gesti della pallavolo. Nel minivolley sono presenti numerose capacità di coordinazione. Innanzitutto, quella di controllare i gesti legati alle azioni di lancio, presa, ricezione e colpi al volo. Ciò avviene attraverso gli occhi e poi con le altre parti del corpo. Altra capacità importante è l’equilibrio che consente di eseguire diverse fasi motorie di gioco in condizioni appunto di equilibrio precario. Una capacità più complessa è poi quella di coordinare fra loro i movimenti di parti del corpo differenti. Per esempio, il movimento contemporaneo di un arto inferiore e superiore dello stesso lato, oppure movimenti operati sullo stesso piano e direzione e con lo stesso ritmo o, infine, su piani e direzioni diverse e con un ritmo pure differente. È di vitale importanza anche il sapersi orientare, cioè essere capaci di conoscere la posizione del proprio corpo o di parti di esso in base allo spazio per modificare eventuali movimenti anche riguardo ai compagni. C’è poi la capacità di controllare i movimenti che avvengono nello spazio in connessione con variabili temporali. In parole semplici, i concetti di lento e veloce, fermo, in movimento, sopra, di lato, vicino, lontano, avanti e dietro. Ultima, ma non per questo meno importante capacità, è l’anticipazione motoria, cioè il saper prevedere lo sviluppo e la conclusione di un’azione motoria e di gioco e quindi prepararsi per quelle successive.

Nel minivolley, come già espresso prima, il fattore gioco è il più importante, poiché attraverso esso il bambino percepisce il gesto da eseguire, il controllo della palla e il controllo del proprio corpo riferito a essa.

Durante le lezioni i bambini devono giocare con e senza il pallone, l’istruttore deve semplicemente guidarli senza entrare nella tattica vera e propria. Un gioco che con il passare degli anni mi è stato particolarmente utile, e ricordato dai miei allievi, per la sua simpatia ed esuberanza è quello del “lupo”. Finalmente posso esporre questo giochetto educativo, che per oltre dieci anni è servito ai miei ragazzi. Il gioco consiste: il ragazzo A è il lupo e ha la palla, e gli altri ragazzi B sono le pecorelle al mio VIA! Il lupo entra nel gregge e cerca di colpire tutte le pecorelle fino a che rimane solo una che ha vinto e per questo acquista il potere di diventare il lupo.

Questo gioco dà ai bambini la capacità spazio e tempo, controllo dei movimenti suoi e degli avversari, lancio della palla, eventuale recupero e cosi via.

Conclusioni

Il minivolley deve essere a portata di bimbo e, con il gioco, ovviamente tutti gli altri strumenti, tipo la palla, la rete, il campo. Il bambino deve stare in un ambiente confortevole e ricreativo che dia spazio e rispetti il suo spazio creativo. L’istruttore e i genitori devono capire certe condizioni, e non pensare di avere piccoli campioni di serie A.


A.FAVERZANI, La pallavolo, ed Elika, pg.128.

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