Pallavolo

Beatrice ha 15 anni, gioca in serie C come palleggiatrice e tutti la definiscono la promessa mancata della pallavolo. Gioca da quando ha 7 anni, ma solo nell’ultimo anno ha iniziato a non rendere più durante le partite.

Nessuno capisce cosa le stia succedendo: durante gli allenamenti la sua performance non è mai calata, anzi raggiunge sempre ottimi livelli, ma nel corso della gara non riesce più a giocare.

Incontro Beatrice quando secondo l’allenatore ed i genitori la situazione è ormai insostenibile: se continua così nella prossima stagione avverrà la retrocessione di categoria, con enormi perdite per la squadra e con la possibilità sfumata per lei di proseguire verso una carriera da atleta professionista.

Dopo avere avuto alcuni colloqui ed aver assistito ad alcuni allenamenti e partite mi appare chiaro cosa sta succedendo.

Beatrice è sempre stata la leader del suo team e quella che, grazie alla sua enorme capacità di variare il gioco, ha permesso alla squadra di crescere e riuscire così ad arrivare in serie C. Da quando però milita in questa categoria, Beatrice è stata caricata di responsabilità enormi e le è stato imposto di seguire rigorosamente in partita gli schemi di gioco decisi in allenamento. Tutto questo la limita e lei, non potendo più fare ciò che le riesce meglio (decidere in corso d’opera il miglior schema, disorientando l’avversario), non riesce più nemmeno a compiere gesti routinari.

Beatrice mi racconta che ormai per lei quello non è più giocare e che tutta la sua grinta e la sua voglia stanno lentamente sfumando.

Tutto questo mi ha fatto riflettere su come gli allenatori ed i genitori stessi non siano spesso in grado di comprendere quale sia il modo migliore per relazionarsi con i giovani atleti; si tende a trattarli come adulti, perdendo di vista come l’attività sportiva per loro non sia un “lavoro”, ma un divertimento.

Lo sport, per un adolescente che lo pratica a livello agonistico, è un enorme sacrificio, in quanto toglie tempo a quelli che sono i passatempi normativi per la sua età. Solo quando le ore passate in palestra riescono a compensare la mancanza degli svaghi adolescenziali, il giovane è motivato a continuare ad impegnarsi. Nel momento in cui l’allenatore ed i genitori fanno diventare l’attività sportiva un impegno al pari della scuola, nel quale l’errore non è ammesso e diventa obbligatorio seguire rigide regole che non lasciano spazio alla creatività, l’atleta rischia di perdere tutto il suo interesse, andando a cercare altri modi per divertirsi ed esprimersi.

Non bisogna dimenticare che nella fase adolescenziale l’individuo non è un piccolo adulto e che di conseguenza non va trattato come tale: si trova a vivere una fase di cambiamento e di definizione del proprio sé, nel corso della quale il proprio orizzonte d’attesa cambia continuamente. Gli adulti che gli stanno accanto devono da un lato sostenerlo ed incitarlo nel continuare i percorsi intrapresi, ma allo stesso tempo aiutarlo nel momento in cui egli capisce che quella percorsa non è più la sua strada.

Beatrice avrebbe un enorme potenziale da esprimere a livello agonistico, ma non è stata adeguatamente sostenuta dal suo allenatore e dai genitori, anzi è stata ingabbiata in un ruolo di palleggiatrice non conforme alle sue attitudini; tutta la sua creatività nel gioco è stata limitata per lasciare spazio alla paura di perdere che fino all’arrivo in serie C non era parte della sua esperienza di giocatrice. Tutto ciò che era divertimento è stato sovrastato dalla necessità di ottenere una prestazione eccellente e senza errori in ogni partita.

È quindi fondamentale che i primi ad essere educati allo sport non siano solo i ragazzi, bensì i genitori e soprattutto gli allenatori, che devono essere pronti a sostenere i propri allievi sia per ottenere la miglior performance sportiva, ma soprattutto far sì che ad essa si arrivi nel modo più conforme ai bisogni di un adolescente.

Quest’ultimo infatti si trova in una fase di vita nel corso della quale deve costruire la propria identità e per fare questo non si co-percepisce più sui genitori, ma sui pari e/o su altre figure significative e, nel caso di un giovane sportivo, spesso è proprio l’allenatore ad essere una di queste figure. L’allenatore quindi che non riesce a ricoprire tale ruolo, che non sostiene il ragazzo, che non gli dà spazio nelle sue attitudini ed inclinazioni, permettendogli di sbagliare anche nel corso della partita, non gli consente di crescere e rischia di fargli perdere la motivazione a perseverare nella propria attività.

L’adolescente nel corso della prestazione agonistica deve poter fare esperienza della vittoria, ma anche della sconfitta, deve poter esperire gli effetti della scelta tecnica perfetta, ma anche quelli della scelta errata, anche se al momento della sua attuazione per lui era quella giusta. È proprio in questi momenti che il ruolo dell’allenatore non è rimproverare l’allievo per non aver fatto quello che si era deciso in allenamento, ma comprendere insieme a lui perché ha compiuto quella scelta e decidere insieme cosa fare nelle successive partite.

Solo in questo modo l’atleta si sentirà da una parte responsabile delle proprie azioni in campo e dall’altra in grado di collaborare alla scelta della tattica di gioco e non un semplice esecutore.

L’adolescente, investito della responsabilità delle proprie scelte nei confronti di se stesso e della squadra, si comporterà allo stesso modo, non solo nell’ambito sportivo, ma anche nella vita quotidiana e tutto questo non potrà che essere positivo e fondamentale per la sua crescita.

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