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Essere protettivi non significa solo far mettere la maglietta d'estate o erigere uno steccato intorno contro tutti i pericoli. 

Quando è l'unico a pensare, decidere e capire qualsiasi momento o atto della formazione e si sostituisce all'allievo an­che quando questi non ha bisogno di essere condotto per mano, l’adulto è sempre protettivo, e forse di più quando è duro e autoritario. In ogni caso, è protettiva qualsiasi condizione che l'allievo viva come tale e alla quale risponda come a una vera protezione.

È protettivo l'allenatore che allontana l'allievo da un'assunzione consapevole dei doveri necessari e dall'obbligo di portare contributi personali, oppure offre soluzioni invece di pretenderle. Un aiuto o una solu­zione non sono di per sé inutili o nocivi, e a volte, sono necessari ma, se sono usati come metodo formativo, non offrono aiuto, e diventano una forma di deresponsabilizzazione che scoraggia, mortifica e sviluppa assuefazione e dipendenza.

Anche quando lo fa con la punizione o le "lavate di capo", è protettivo quello che sottrae l'allievo alle conseguenze degli errori e alle re­sponsabilità che gli competono. Se l’allievo non fa la sua parte o, in qualche modo, trasgredisce, l'allenatore non può pensare di cavar­sela con uno sfogo emotivo invece di aiutarlo a capire. Una punizione verbale, o anche più concreta, infatti, permette di pagare subito e abbastanza poco e, di fronte alla necessità di rimediare ai propri errori o di pagare le conseguenze delle trasgressioni, spesso è addirittura la soluzione preferibile.

Perché l’allenatore tende a essere protettivo e a portare sempre per mano? Perché è convinto che la professionalità sia una semplice somma di abilità, gesti tecnici subito completi e precise conoscenze, e non frutto di uno sviluppo e di un progressivo avvicinamento attraverso tentativi, invenzioni ed errori. Per questo, l'allievo deve sempre essere salvato dal rischio di una cattiva esecuzione o da qualsiasi forma d’insuccesso. Questa convinzione è solo apparentemente logica perché, per scoprire ad affinare il proprio talento, l’allievo deve poter creare, scegliere la propria soluzione, rischiare dove non sia sicuro di riuscire e imparare a correggersi e costruirsi il gesto tecnico definitivo. Senza questo percorso, non può costruirsi le esperienze e le categorie di pensiero in grado di fargli superare la necessità di essere guidato.

Perché di solito la conduzione protettiva rende su­bito: permette di offrire soluzioni pronte e adatte a risolvere ogni difficoltà, che al massimo sono strumenti efficaci per vincere la singola partita, ma sono un freno alla scoperta e allo sviluppo del talento, e di ricevere, in cambio, gratitudine e adesione dall'allievo e apprezzamento dai genitori.

Infine, c'è l'allenatore che protegge soprattutto se stesso da un giovane sempre meno disponibile a offrire senza una contropartita immediata. Il giovane di oggi, infatti, risponde a due condizioni opposte: se gli vengono offerte soluzioni che lo appaghino senza chiedergli impegno o se è chiamato a partecipare e contribuire con le pro­prie idee e iniziative.

Due allenatori, con i loro metodi di lavoro diversi, chiariscono la differenza tra uno stile che educa e uno che si limita a proteggere.

Il primo si cura di formare giocatori padroni del proprio lavoro, capaci di pensare, capire, correggersi e anche assumere le visioni più adatte alle singole situazioni della gara. Cerca uno sviluppo globale dell’allievo come sportivo e persona e soggetto, tanto che quelli che escono dalla sua scuola arrivano a livelli più elevati di carriera e vi durano più a lungo.

Il secondo prepara tutto perché non ci siano imprevisti o dubbi da affrontare e risolvere, così che ci siano sempre le condizioni migliori per vincere. È inutilmente duro con i giocatori, eppure li protegge. Forma un giocatore che può anche vincere nelle giovanili e, comunque, sempre meno, ma non lo prepara per la professione, dove gli è richiesto di usare capacità e facoltà che non ha sviluppato.

Lo stile protettivo deriva, in sostanza, dalla convinzione che l'allievo sia incapace di crescere e di imparare senza essere guidato e difeso da ciò che dovrebbe, invece, imparare a fare da solo.

Ma le soluzioni degli altri, anche le più logiche, non sono sempre le più utili. L'allievo, nei primi tempi, le può sentire troppo lontane o difficili e, soprattutto, le assimila senza abituarsi a crearne altre secondo la circostanza o a saper utilizzare in altre situazioni quelle che già cono­sce. E in seguito, da adolescente, le può sentire troppo ovvie e semplicistiche ma, se non ha sviluppato una pro­pria capacità critica, non è in grado di crearne altre più funzionali.

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