Calcio

È il caso di chiarire. Non mancano i talenti, ma la preparazione per formarli.

Vediamo paradossi alimentati dalla resistenza ai cambiamenti culturali e alle nuove acquisizioni, l’indifferenza verso gli stadi dello sviluppo, la mancanza di metodi per scoprire e far vivere le potenzialità della mente, errori commessi in buona fede, ma nocivi e non rimediabili.

Cerchiamo di descrivere, in modo schematico e comprensibile, alcune caratteristiche del talento, le difficoltà a trattarlo e gli errori che possiamo commettere.

Innanzitutto, occorre tenere conto che ogni talento è unico e raro. Ha qualità, ma soprattutto potenzialità, solo sue, è più precoce e ha doti che gli altri non hanno, e un'esuberanza e una creatività ancora disordinate. È un'opera d'arte già abbozzata nei suoi contorni, con potenzialità che vanno sviluppate e lasciate libere di esprimersi, badando solo a non guastarle.

Le qualità più caratteristiche ed evidenti del talento sono le doti tecniche, la creatività, la fantasia, l’originalità, l’intuizione, ingegnosità l’inventiva, la prontezza e tutte le altre qualità di un'intelligenza spiccata e vivace. Il talento intuisce d’istinto ed entra subito nei ragionamenti.

Dà risposte argute e impreviste, coglie sfumature che sfuggono e trova soluzioni inaspettate.
Ha sintesi e prontezza nel capire, e dunque sa prima degli altri cosa fare, e lo fa alla sua velocità e a modo suo.
È ingegnoso nel mettere insieme le conoscenze e le spiegazioni, o nel trovare le conclusioni.

Ma ha anche limiti e difetti.

  • È più inquieto perché sente di valere più degli altri. 
  • Chiede e pretende, e se non viene soddisfatto, crea problemi. 
  • Tende a giocare per sé e a compiere i gesti dello sport senza bisogno di collaborare e di integrarsi con gli altri. 
  • Crede di sapere perché sa organizzare le conoscenze, anche se poche o sbagliate, ed è abile a teorizzare e formulare ipotesi, ma ha scarsa concretezza e costanza per applicarle, e in ogni caso non esegue bene, perché è portato a inventare piuttosto che a ripetere. 
  • Si oppone agli schemi troppo rigidi e fa poco per capirli, oppure fa di testa sua o si oppone. 
  • È geniale anche quando vuole essere distruttivo. 
  • Pretende lodi e apprezzamenti, e se non li ottiene cerca di stupire con tentativi maldestri o risponde con scarso impegno. 
  • Mostra un desiderio palpabile e spesso irritante di affermazione. 
  • È reattivo perché è più vivace, e se non ha altri modi per esprimere la propria forza creativa, cerca di imporsi e di occupare spazi che l'allenatore ritiene propri. 
  • Se non trova il clima adatto, rifiuta ciò che devono fare tutti, non si adatta a mettere il suo talento al servizio degli altri e non si abitua al gioco di squadra.
  • Se non si ritiene apprezzato per le qualità che sono solo sue, può diventare ostile, reattivo o indolente.
  • Si appassiona fin troppo allo sport, dove ha successo e attenzioni, ma trascura altri interessi, dove non ha vantaggi di partenza e non gli fanno sconti.
  • Andando avanti, incontra altri con le stesse esigenze, ugualmente caparbi e poco disposti a farsi da parte per lasciargli recitare il ruolo di primadonna, e allora giustifica gli insuccessi con l'ostilità degli altri, la sfortuna o la giornata storta. 
  • Se lo costringiamo ad allenamenti noiosi e pesanti, e se la gara non è un gioco allegro, ma una cosa molto seria da vincere, e la sconfitta un dramma da espiare in silenzio, non si diverte e si ribella.
  • Non è facile trattarlo, anzi impossibile, se non si sa trattare la mente, perché ha cervello e deve imparare a usarlo.
  • Ha più idee degli altri, spesso originali, ma anche molte da moderare. 
  • Non è adatto al lavoro intensivo e metodico, all’agonismo esasperato e agli obiettivi lontani. 
  • Possiede qualità e modi di imparare che lo distinguono dagli altri, e soffre i sistemi approssimativi e i ritardi dello sport. 
  • Le sue qualità più evidenti sono la vivacità, l’iniziativa, la creatività e l’ingegno, doti da indirizzare e, poi, lasciare libere di esprimersi, altrimenti si perdono o possono diventare distruttive.
  • È difficile seguirlo quando salta qualche passaggio nel ragionamento, anche perché a volte sembra illogico perché sbaglia per troppa fantasia.
  • Non serve ossessionarlo con le parole o tentare di “caricarlo”, perché è spinto a fare dalle proprie motivazioni, dal piacere del gioco, dai miglioramenti e dall'apprezzamento di chi lo educa. 
  • Ha bisogno di un clima nel quale tutti comunicano con tutti perché, se non trasmette le qualità del suo talento, rischia di non essere capito e di giocare da solo.
  • Le valutazioni eccessive lo pongono nella condizione di poter pretendere più degli altri o di credere di avere già tutto senza dover fare nulla per migliorarsi. 
  • Se oppresso da freni inutili e valutazioni preconcette la sua ingegnosità va verso qualsiasi situazione le consenta di esprimersi, e può diventare futile o distruttiva.
  • Se gli chiediamo troppo e non ce la fa, si scoraggia, a volte fino a credersi meno dotato degli altri e a non impegnarsi per evitare il rischio di mettersi alla prova.
  • Se gli chiediamo troppo poco o eccediamo negli apprezzamenti, può credere di non avere nulla da imparare e di poter giocare da solo e soltanto per sé, oppure annoiarsi e perdere gusto al gioco. 
  • Senza insegnamenti e metodi adatti a sviluppare l’intelligenza, si raggiunge l’apprendimento, si sfiora appena la critica e s’ignora la creazione, che è la su vera dote.

 

Gli errori dello sport

  • Attribuire alla sua specificità quasi una disposizione naturale ad avere più pretese o a non stare nelle regole. 
  • Trattarlo da fenomeno, e pretendere che lo sia. 
  • Credere che possa precorrere i tempi e impartirgli una specializzazione precoce. 
  • Considerare spigoli da limare le doti del suo talento, che sono le qualità più importanti per lo sport. 
  • Adattarlo a schemi comuni, invece di lasciargli sviluppare la sua specificità. 
  • Dimenticare che è una potenzialità capace di straordinari sviluppi e d’inspiegabili fallimenti. 
  • Illudersi di poter creare uno sportivo diverso da quello che potenzialmente c'è in lui. 
  • Non capire che, dietro l'inquietudine, l'imprevedibilità, la ribellione agli schemi, la resistenza alle imposizioni, il desiderio di fare di testa propria o la critica, può nascondere genialità e talento. 
  • Cercare e sviluppare in tutti le stesse qualità, e rifiutare ciò che lo distingue, che è la sua vera natura. 
  • Accontentarsi di ciò che riesce a dare purché vinca, e non prepararlo all’aumento delle difficoltà. 
  • Lavorare sulle qualità presenti e redditizie al momento, e non su quelle ancora solo potenziali. 
  • Farlo giocare per vincere oggi, e non per imparare per quando vincere sarà il vero obiettivo. 
  • Imporre un insegnamento e una specializzazione precoci e uguali per tutti, non porgli limiti, concedergli privilegi e lasciargli uno spazio che non sa ancora amministrare. 
  • Sacrificare le qualità del talento a favore delle abilità che servono per avere i risultati oggi, ma il fenomeno di oggi difficilmente lo sarà anche domani. 
  • Usare i metodi e gli stimoli adatti all'adulto, che non rispettano i tempi dello sviluppo e disturbano anche quello psicologico. 
  • Insegnare tutti i mezzi e i trucchi che servono per vincere, invece di lasciarlo giocare. 
  • Offrirgli subito gli strumenti dell’agonismo adulto, e così non lasciarlo "giocare", mentre è proprio nel gioco che ha modo di scoprire le qualità di cui dispone e di provare i gesti e le soluzioni che gli suggerisce il suo talento. 
  • Dedicare solo a lui attenzioni e incitamenti, e in pratica imporgli di vincere da solo, e così scoraggiarlo se non riesce e stufarlo con troppe responsabilità. 
  • Portarlo in palmo di mano perché fa vincere, e abituarlo ad avere un apprezzamento che si dovrà guadagnare più tardi, quando avrà a che fare con tanti altri talenti. 
  • Costringerlo a giocare per non sbagliare, invece di permettergli di esprimere tutta la creatività. 
  • Aspettarsi che produca invenzioni e soluzioni che gli altri non capiscono, fino a portarlo a non essere costruttivo per la squadra. 
  • Indottrinarlo con tutta l’esperienza per farne il proprio capolavoro, senza lasciare che impari a creare da solo. 
  • Troppi confondono l’ubbidienza imposta con la partecipazione consapevole, e formano soldatini fedeli ma privi di autonomia e incapaci d’iniziativa personale. 
  • Perseguire obiettivi non di bel gioco ma di risultati imposti dalle società, e così il talento che non si adatta diventa ostacolo. 
  • Formare squadre non omogenee e troppo numerose, dove il talento è scomodo perché difficile da gestire.
  • Lasciarli avvicinare dai procuratori quando sono ancora quasi bambini, che significa trasportarli in un mondo che li confonde, incide sullo sviluppo della persona e non sanno ancora assorbire.
  • Nonostante ciò che si dice, non investire nei Settori Govanili, perché acquistare all'estero il talento da formare o già formato, costa meno e si va sul sicuro.
  • E a chi afferma che il talento vero emerge comunque e nonostante gli stranieri, occorre chiedere se lo sa formare e quanto spende per formare gli istruttori. 
  • E se cominciassimo anche a pensare che il destino di un talento spesso dipende dai procuratori, il proprio e quello degli altri.

E che dire delle società che acquistano un talento in comproprietà e lo fermano in panchina per un campionato per acquistarlo interamente dopo una stagione brutta e sprecata?

Visto quanto è complesso un talento e quanto è difficile formarlo? È ora di convincersi che senza una formazione dei “formatori”, fatta da chi conosce la mente, e ci lavora, i tempi e il giovane attuali, avremo soprattutto talenti che si perdono man mano che ne subiscono i modi e l’insegnamento.

Si è anche parlato di tensione, freni psicologici e paure di ogni tipo, e qui vengono in mente certi guru e figure ai vari livelli dello sport che conoscono la mente come io conosco i calcoli per il cemento armato e fanno interventi bizzarri, spesso privi di logica e abitualmente negativi.

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