Calcio

Quattro pagine su calcio e educazione. Un intervento di Vincenzo Prunelli che potrà far riflettere molti allenatori e alleducatori che, a volte, pensano che sia difficile realizzare progetti educativi con piccoli atleti.

Testo del 14.10.1995

Un esempio che è ovviamente valido per qualsiasi disciplina sportiva.

Che cosa è rimasto dei primi calci?

Quando, nel 1987, con Sergio Vatta e Giuseppe Trucchi abbiamo avviato i Primi Calci al Torino, pensavamo a un progetto educativo ancora da approfondire, ma adatto all'età, ai caratteri, all'individualità e alle esigenze del bambino, e con tutti i margini necessari per garantirgli l'integrità fisica e psicologica.

Avevamo stabilito alcuni punti fermi.

1. La considerazione dei caratteri del bambino e delle tappe di sviluppo.

Il bambino ha un modo proprio di capire e imparare, e strutture biochimiche e nervose diverse da quelle dell'adulto. L'adulto dispone della logica e del pensiero astratto e usa quasi solo la logica verbale, che è lenta analitica e ripetitiva mentre il bambino coglie l'immediatezza, "colora" gli stimoli con le emozioni, è curioso nei confronti di ciò che colgono i sensi e agisce per lo più seguendo un desiderio o un bisogno.

Fino a 9-10 anni, infatti, reagisce solo a ciò che è reale, concreto e presente e appaga subito. Coglie la realtà con immediatezza e semplicità e la vive in modo emotivo, vivo senza tante implicazioni razionali. Trova stimolo nel piacere, nella verifica delle proprie abilità, nel sentirsi più adeguato e, quindi, impara soltanto attraverso il gioco e l'interesse immediato. Non risponde invece alle attese troppo lontane o a sentimenti come il senso del dovere o il gusto di imparare, la stima o la responsabilità, e non possiede le motivazioni per interpretare il gioco come un lavoro.

2. Lo stile di vita e il carattere iniziano ad acquisire tratti definitivi già nel bambino. Questo ci suggerisce che l'intervento dello sport non può che avere caratteri educativi. Nel senso di favorire lo sviluppo di quelli che dovranno essere i caratteri della vita adulta e di neutralizzare, o meglio indirizzare verso sbocchi produttivi, ciò che invece non sarà compatibile.

E senza bisogno di stimoli o divieti particolari. Il bambino è motivato dal bisogno di superare la naturale condizione d’inferiorità e inadeguatezza, dal desiderio di annullare la distanza che lo separa dall'adulto e di conquistarne l'apprezzamento o di sperimentare una crescente adeguatezza. E' facile quindi capire come non dobbiamo pensare a stimoli e sollecitazioni, ma a condizioni di libertà, d’iniziativa e creatività da esercitare dentro poche ma chiare regole. Ciò che deve imparare il bambino è ovvio, ma proprio per questo molto meno chiaro. Il bambino ha bisogno di imparare a creare da solo senza qualcuno che gli dia le soluzioni o gli precluda la possibilità di sperimentarsi e di sbagliare per imparare a correggersi.

3. Un'operatività che gli permetta di "scoprirsi" e sperimentarsi. Ciò presuppone di non aspettarsi o pretendere delle prestazioni, ma di favorire la massima creatività, iniziativa e libertà espressiva. Di modificare dei tratti che non possono essere compatibili con la vita adulta e operare affinché ognuno sviluppi ciò che ha di più personale e specifico. Di non perdere dei "momenti magici" nei quali si sviluppano certe qualità e potenzialità o si assumano certe abilità che più tardi non riusciremo a recuperare. Io credo che ci siano anche "momenti" in cui è possibile e facilitano lo sviluppo della personalità e del carattere. Tali momenti non possono né essere anticipati, rischiando di non trovare il bambino pronto fisicamente, psicologicamente o intellettivamente, né possono essere persi.

Abbiamo quindi immaginato una formazione che non ammette interventi personali e uniformi per tutti, o l'applicazione di metodi dei quali non si conoscono tutte le reali potenzialità e i pericoli, perché un avvio impreciso viene a incidere sullo sviluppo e sulla completezza dello sportivo oltre che dell'uomo.

4. La preparazione preventiva e la formazione degli istruttori.

Nel progetto originario avevamo condotto una preparazione di gruppo sui temi che abbiamo trattato e su quelli che occorre conoscere: la cooperazione tra gli istruttori, l'osservazione, la sperimentazione e la continua evoluzione dei metodi d’intervento, l'analisi del lavoro effettuato e la ricerca di nuove conoscenze e nuovi metodi di applicazione.

Ma la parte più curata è stata l'attenzione a scoprire tutte le potenzialità e le possibilità di sviluppo del bambino e gli strumenti più idonei per farle evolvere, e i modelli d’insegnamento più adatti alle singole età e al modello di adulto che si vuole ottenere.

A distanza di alcuni anni il Calcio si è appropriato del termine "educazione", ma non dei suoi significati. Ha lasciato entrare i Primi Calci in quasi tutti i settori giovanili, ma non ha fornito un fondo culturale e degli strumenti adatti a trattare un bambino, e non ha garantito adeguati controlli. Tanto che, di là della buona fede degli istruttori, ora lo scopo dei Primi Calci sembra quello di prendere i bambini agli altri sport, avvantaggiarsi sui tempi iniziando la specializzazione più presto e prepararli come enfant prodige da vendere alle società maggiori.

I metodi restano sempre basati su un insegnamento che non va più in là dell'imitazione, e sull'attesa di un apprendimento passivo, della prestazione e di perfette esecuzioni. Tutto questo non ha logica, perché ripropone la specializzazione precoce, l’insegnamento intensivo e la programmazione a lungo termine, tutti strumenti che attribuiscono al bambino il possesso del ragionamento astratto e della logica verbale, un'attitudine a cooperare e una capacità di programmazione che non possiede ancora.

Inoltre chiede un agonismo che gli è estraneo. Il bambino compete per natura e, anzi, proprio la competizione è uno degli stimoli essenziali per lo sviluppo, ma non come l’adulto: per lui ogni azione e gesto sono partite da vincere per ricominciarne un'altra, senza classifiche e senza sconfitti. E per di più, è ormai accertato che un agonismo troppo precoce e insistito è la causa principale di abbandoni precoci e, addirittura, di carriere più brevi.

Anche qui non ha senso frenarlo o chiedergli gesti studiati per vincere la partita o non perderla perché il bambino vuole vincere subito e non sa cosa vuole dire perdere.

Mi voglio soffermare sulla specializzazione precoce, che pretende l'imitazione di modelli ideali e troppo lontani del bambino, l'assimilazione passiva delle soluzioni e la ripetizione di gesti standardizzati, quando il calcio dovrebbe essere una continua invenzione e la possibilità di attuare sempre iniziative dettate dalla situazione o non previste. Ma soprattutto pretende di formare il calciatore su un "fondo" esiguo, privo cioè di tutti quei caratteri indispensabili per formare lo sportivo e lo stesso professionista.

Rilevo in particolare una penalizzazione dell'intelligenza, che per comodità divido in tre livelli: dell'apprendimento, della critica e dell'invenzione. Nei Primi Calci attuale l'allenatore rispetta solo il primo, ma in modo del tutto approssimativo, poiché si limita a spiegare cosa intende ottenere ma non adatta l'insegnamento al singolo e non rispetta le tappe di sviluppo.

Per quanto riguarda il secondo e il terzo, è evidente che la necessità di imitare dei modelli ideali, il divieto di sperimentare soluzioni non previste e l'attesa di precise esecuzioni non lasciano spazio alla critica, anche se la limitiamo al capire per fare, né tantomeno alla creazione, che prevede di poter sbagliare é di produrre soluzioni diverse da quelle attese.

Viene quindi anche a mancare a un’esigenza ineludibile dello sviluppo, perché l'intelligenza ha bisogno di potersi collaudare e di assorbire una varietà di stimoli attraverso la critica e la possibilità di sperimentarli senza bisogno di ottenere subito i risultati.

L'allenatore ignora che il bambino è diverso dall'adulto e lo tratta allo stesso modo solo variando le dosi. Usa le proprie aspettative e la vittoria come stimolo e gli chiede una competitività che gli è estranea. "Lavora" quindi su qualità ipotetiche o su quelle più evidenti e comuni, ma così blocca quelle specifiche del bambino e, soprattutto, quelle del talento.

Nei Primi Calci attuale ci sono dei rischi, e l'istruttore non preparato, non "formato", non dovrebbe interessarsi di bambini. E questo, perché, senza una preparazione specifica, pur con la miglior buona volontà, arriva sempre a proporre gli stessi errori presenti nello sport e ad applicare sui bambini ciò che è adatto agli adulti.

Il primo rischio, come è chiaro, è di disturbare lo sviluppo del bambino. L'allenatore che gli attribuisce le proprie stesse motivazioni, gli chiede prestazioni che non può realizzare, pretende di agire su strutture mentali e neurologiche che non possiede ancora, s’illude che abbia possibilità infinite o soffoca capacità e attitudini che hanno il loro momento di sviluppo nell'infanzia, non agisce solo per formare un giocatore incompleto, ma disturba lo sviluppo stesso dell'individuo.

Pensiamo, ad esempio, alla sicurezza che si sviluppa solo quando il bambino si confronta con imprese possibili, dove è all'altezza degli altri e dove perde, ma sa di poter anche vincere, mentre costringerlo a confrontarsi con qualcosa che non capisce o non è alla sua portata lo può trasformare in un perdente anche al di fuori dello sport.

A volte, nei settori più attenti alle innovazioni si assiste all'applicazione "fredda" di qualche teoria, specie di quelle che considerano lo sviluppo una specie di risposta automatica a degli stimoli, ma senza tener conto delle esigenze e dei momenti dello sviluppo, così che si penalizza proprio quella libertà creativa ed espressiva che è anche l'assenza stessa del calcio.

L'uso di stimoli come la prospettiva di diventare un campione, la classifica o un insegnamento regolamentato, non è solo inefficace, ma è scoraggiante, perché prospetta al bambino una realtà che non è a sua misura, e lo convince di non essere all'altezza di richieste di cui non capisce ancora l'illogicità. Specie quando lo organizza come se fosse già un professionista, con orari, divise, rituali, alchimie tattiche o la partita da vincere a tutti i costi. Ricordo ancora che il bambino vive solo la realtà che "vede", che per lui è piena d’interesse e di scoperte, mentre non ne sa pensare una astratta ed estranea ai suoi interessi.

Infine, l'allenatore che vede solo calcio fossilizza il bambino intorno a un solo interesse e rischia di privarlo di altre esperienze formative.

Dunque, non ha senso cercare il calciatore in un bambino, che deve ancora scoprirsi e valutare la varietà e la misura delle proprie forze e non ha ancora regole e abilità capaci di indirizzare un'iniziativa disordinata verso degli scopi precisi. Il compito dell'educatore allora non è di portarlo ad aderire a determinati schemi né quello di portarlo a determinati valori, ma di seguirlo nella sua creatività limitandosi a segnalare i percorsi lungo i quali è lecito e produttivo esprimersi.

 

Risposta

Dopo oltre venti anni, dei Primi Calci non è rimasto nulla, neppure il nome che, per assicurarsi la paternità dell’idea e dell’iniziativa, mani grezze e impreparate hanno solo cambiato con “Piccoli amici”, senza neppure rendersi conto degli errori dello sport e proporre dei rimedi.

In pratica, non è rimasto nulla della cultura educativa sulla quale si fondava tutto il progetto.

E non sono rimasti neppure i critici, che avevano trasformato un progetto educativo in un azzardo che avrebbe procurato addirittura la distruzione dei sogni dei bambini.

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