Calcio

Come si può dare uno stimolo positivo partendo da un insuccesso? È giusto far leva sull'orgoglio e sullo spirito di rivincita personale?

Dipende dall'insuccesso. Se questo nasce da disimpegno e opposizione o da un'abitudine alla pura esecuzione, c'è poco da fare, perché mancano le condizioni per ripartire con il piede giusto.

Se invece si lavora in un clima in cui ognuno è abituato a fare la propria parte in modo costruttivo e si cercano prima l'efficacia della prestazione e il miglioramento e solo dopo, come conseguenza, il risultato, è facile esaminare l'insuccesso, capirne i motivi e trovare insieme le soluzioni per non ripeterlo o, almeno, misurarsi al livello delle proprie possibilità.

Gli stimoli positivi, in questo caso, sono il nostro apprezzamento per l'impegno, la consapevolezza dell'atleta di avere impiegato le risorse adatte, l'opportunità di provare senza paura di non farcela o di andare incontro a giudizi negativi, l'allenamento a esaminare la prestazione trovando insieme le soluzioni.

Per quanto riguarda l'orgoglio e lo spirito di rivincita ci andrei piano. A parte che sono sentimenti e stimoli piuttosto primitivi e che è implicito che si voglia arrivare a vincere, se continuiamo a fare appello a strumenti che sono sotto la sfera emotiva e non chiamano in causa la ragione, la consapevolezza di potercela fare e l'iniziativa personale, finiamo per appellarci a speranze vaghe e non invece alle reali risorse dell'atleta.

Come stimolare un bambino affinché si creino in lui degli interessi? E, in particolare, come stimolare allo sport? Sono interessi innati o si acquisiscono? Si possono coltivare?

Se vogliamo coltivare l'interesse del bambino per lo sport, evitiamo, da una parte, di spingerlo e sollecitarlo troppo e, dall'altra, di imbrigliare il suo naturale desiderio di fare e misurarsi.

Il bambino non ha bisogno che gli creiamo degli interessi perché ne ha da solo più di quanti ne abbiamo noi adulti. Semmai ha bisogno che non glieli facciamo perdere:

  • caricandolo di troppe aspettative;
  • volendolo dirigere senza lasciargli spazio per liberare tutta la creatività e la fantasia;
  • pretendendo una pura esecuzione invece di lasciare che trovi da solo le soluzioni che vanno meglio per lui;
  • obbligandolo a essere subito concreto e funzionale, quando ha ancora bisogno di sentirsi libero e di creare per il solo gusto di sperimentarsi;
  • non riconoscendogli i meriti che si conquista per paura di appagarlo.

Per quanto riguarda lo sport, non c'è bisogno di stimoli. Il bambino è portato per natura al gioco, a misurarsi, a competere per sentirsi più abile degli altri. In un primo tempo, lasciamo che tutti questi stimoli si esprimano in libertà, senza troppi schemi e senza l'obbligo di ottenere per forza dei risultati. Cominciamo a parlare di prestazione e di risultati solo più tardi, dopo i 12 anni, quando il ragazzo comincia a sapersi porre degli obiettivi, a seguire degli schemi astratti, a cooperare e a cercare il risultato e non solo la prevalenza del momento.

Quello che dobbiamo fare per coltivare l'interesse del bambino per lo sport è, quindi, l'attenzione a non spingerlo o frenarlo troppo e limitarci a liberargli la strada perché possa appagare il suo piacere di farlo.

Certi giocatori non ne hanno bisogno, ma stimolare con frasi forti del tipo "sei un campione", "sei il migliore" mi sembra efficace.

Certe frasi a effetto usate come stimolo a volte sembrano cogliere nel segno, ma in realtà è il nostro interessamento ad avere affetti positivi.
A volte, però, c'è chi prende sul serio anche queste sparate, e allora rischiamo di avere prima o poi il giocatore che si convince di possedere già quanto basta per essere superiore agli altri, e di conseguenza non ci mette più l'impegno necessario per migliorare. Ma è più probabile che l’atleta debba constatare la differenza tra i giudizi troppo positivi e la realtà delle proprie forze e finisca per essere ancora più frenato.
È preferibile esprimere sempre giudizi obiettivi e chiedere solo ciò che ognuno può dare, in modo che si senta sempre all'altezza e incoraggiato per quello che sa fare.
In ogni caso, queste frasi forti sono bugie che ci rendono poco credibili e ci mettono in difficoltà quando dobbiamo esprimere un giudizio vero e abbiamo bisogno che l'atleta ci creda. Oppure hanno l'effetto di produrre atleti che non hanno il senso della misura. Chi si sopravvaluta, infatti,

  • non riesce a capire quali sono le proprie forze reali, e quindi a usarle al meglio;
  • non è creativo e tende a ripetersi per paura di non essere all'altezza di questi giudizi;
  • non riesce a criticare i propri difetti e, di conseguenza, non migliora perché crede di non avere bisogno di farlo;
  • non rischia soluzioni nuove e impreviste perché ha paura di sbagliare e di doversi ridimensionare, oppure tenta di creare fuori misura perché non tiene conto dei propri limiti e non ha il senso critico per essere costruttivo.

Cerchiamo, quindi, di esprimere un giusto riconoscimento per ciò che fa bene, ma evitiamo le valutazioni esagerate, altrimenti potremmo costringere l'allievo, di volta in volta, a:

  • cercare solo conferme nei gesti e nelle azioni che gli riescono meglio per sentirsi all'altezza delle nostre valutazioni;
  • evitare il rischio di sbagliare a spese della creatività e dell'iniziativa;
  • non sapersi valutare, e quindi a non fare nulla per correggersi e migliorare;
  • essere reattivo e ingovernabile perché non accetta gli schemi comuni e la critica.

Serve stimolare il bambino o l'adolescente con prospettive di successo o comunque facendolo sentire importante?

Se un bambino è un talento, o comunque "vale", è giusto riconoscerglielo e valutarlo per quello che sa fare. Questo mostra il nostro apprezzamento e, quindi, è incoraggiante. Non è invece giusto se lo facciamo sentire troppo importante per stimolarlo a dare di più al fine di confermare il nostro giudizio. In questo caso è facile che gli chiediamo più di quanto egli può dare, e l'inevitabile constatazione di non essere all'altezza è sempre scoraggiante.
Per quanto riguarda le prospettive di successo, queste sono nostre e non dei bambini, anche se a volte sembra il contrario. Il bambino sogna di essere come il campione, ma solo perché è il suo eroe e lo vede importante come qualsiasi personaggio dei fumetti o dei cartoni animati. Inoltre, quando sogna, il bambino si sente già campione e non accetterebbe mai di faticare, di rinunciare al piacere del momento o di lavorare quando non ne ha voglia solo per diventarlo.
Nel preadolescente, e più ancora nell'adolescente, è chiaro che l'idea del successo può essere più concreta e, quindi, diventare uno stimolo. A questo proposito, però, è il caso di fare alcune considerazioni:

  • se non si tratta di un talento vero, non possiamo scendere a queste scorrettezze ingenue solo per stimolare un po’ più di impegno;
  • il talento vero lo sa già da solo di avere prospettive concrete, senza che glielo diciamo noi;
  • se usiamo troppo la prospettiva del successo come una manipolazione (anche quando ci sono i mezzi), il ragazzo se ne accorge e perde stima nei nostri confronti;
  • al successo arriva uno su migliaia, e molti talenti si perdono, perciò non è giusto far leva su uno stimolo che ha così poche probabilità di concretizzarsi e che può provocare grosse delusioni.

Infine, cosa vuole dire "farlo sentire importante"? Se significa volerlo caricare con le parole, non ci siamo. Se vuole invece dire riconoscere i suoi meriti, dargli fiducia e libertà perché faccia tutto quello che si sente di fare o valorizzare i contributi che ci porta, allora sì che lo facciamo sentire importante.

È giusto motivare i giovani con la prospettiva di un futuro da campioni o si rischia soltanto di provocare delusioni? Cosa succede quando usiamo la carriera come stimolo?

Ai bambini non importa diventare campioni, anche se hanno idoli che vorrebbero imitare. A loro interessa giocare, divertirsi, stare con gli amici, fare la partita e vedere chi è più bravo per ricominciarne un'altra.
È invece a noi, genitori e allenatori, che interessa che lo diventino, e per questo non lesiniamo esaltazioni, cariche, stimoli, preghiere e delusione per dare più voglia e orgoglio. Lasciamo perdere con questi metodi, perché opprimono e preparano un futuro abbandono quando il ragazzo sarà stufo di questo tipo di sport.
La prospettiva di un futuro da campione non serve neppure al ragazzo. Se davvero ne ha la stoffa non c'è bisogno che glielo diciamo e, comunque, non basta averla per diventarlo.
A tutti gli altri raccontiamo una frottola. Se ci credono devono prendere atto rapidamente di non esserne all'altezza e possono trasformarsi in soggetti privi di autostima. Oppure rischiano di non porsi altri obiettivi e di restare tagliati fuori della vita di tutti, o continuano ad essere "promesse" a vita, finché diventa troppo tardi per dedicarsi davvero ad altro. Se non ci credono e capiscono che è un trucco perdono stima nei nostri confronti, perché sentono che il bisogno è nostro e che li stiamo ingannando.
Inoltre, la prospettiva di un futuro da campione, oltre a rappresentare un rischio e a farci perdere l'opportunità di un rapporto costruttivo, finché non si concretizza resta sempre talmente lontana, aleatoria e sottoposta a tante verifiche che, da sola, estingue rapidamente il suo effetto di motivazione.

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