Calcio

Anche stasera, per disgrazia o per fortuna, potrò saziare la mia fame di cose italiane guardandomi il posticipo di calcio del lunedì, tra Roma e Cagliari.

Soprattutto in inverno, quando anche a Valencia fa freddo, sento il naturale bisogno di qualcosa che abbia il sapore di verde, bianco e rosso.
La nostalgia, leggermente mitigata dal lambrusco, dal parmigiano e dal panettone che si trova anche qui, è un sentimento estremamente positivo e costruttivo: il suo unico difetto è che manca, ovviamente, di obiettività. Ma comunque… Il giudizio sulle cose, sotto la luce della lontananza, acquisisce un’ottica assai più positiva e permette di affrontare argomentazioni filosofiche in modo più attenuato e, probabilmente, più libero.

Come l’Italia, anche la Spagna è intasata di calcio. Ogni giorno almeno una partita, rotocalchi e riviste pieni zeppi di notizie sui vari Messi e Cristiano Ronaldo, su un campionato meno stressante e complicato, rispetto all’italiano, ma tecnicamente più vivace.

Ebbene, accendendo la radio (ascolto sia la RAI che le private più importanti, in primis Radio 24), mi viene da sorridere quando qualche populista parla del calcio come il demonio: generalmente si tratta delle stesse persone che amano criticare a prescindere, gente poco attenta, con una memoria anfibia, cortissima, ed estremamente superficiale. Prima di tutto il calcio non è uno sport.
È un business, è politica, è visibilità, pubblicità, soldi, potere, sesso, opinione pubblica, termometro, specchio e rubinetto sociale.
L’idea di rubinetto, ogni volta che la immagino, mi sembra micidiale, perfetta. Il calcio dà sfogo, veicola frustrazioni, aspettative mancate e sogni di strati interi della società, generalmente quelli più bassi. È semplice, intuitivo, diretto, con poche regole e con il vantaggio di essere perfettamente umano: imperfetto, cangiante, soggettivo. Tutti ne possono parlare ma nessuno ne capisce mai abbastanza.
Non è un gioco, è parte della vita di molte persone, chi non ha la capacità di concentrarsi al lungo, di chi legge poco, di chi usa un vocabolario povero e ha difficoltà ad argomentare senza l’aiuto di spunti violenti. Gli ipocriti vanno in giro sussurrandoci nelle orecchie che, al posto del pallone moltissime altre attività potrebbero essere fomentate e sviluppate. Ma è una grande menzogna.

Il popolo tende al baratro, mai alle stelle e, come la filosofia moderna ci insegna, nulla pesa più all’uomo che il suo stesso pensiero ed è disposto a tutto pur di pensare il meno possibile.
Un campo verde, scontro fisico, velocità, stadi trasformati in zone franche dove tutto è concesso, il paradiso per l’operaio, per il droghiere, per l’avvocato fedifrago e il teenager in cerca di simboli.
La società degli uomini vomita sul calcio tutta la propria spazzatura emotiva: è catarsi, masochismo, trip psichedelico e droga. Si apre e si chiude a comando, un rubinetto di sfogo pensato per la realtà gestuale e non dialogica, violento e profondamente umano.

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