Atletica

Bekele ha perso o ha fatto vincere l’Etiopia? L’importanza dell’energia mentale.

Quando si gareggia per una competizione mondiale e si aspira al titolo, si gareggia anche contro un antagonista probabile vincitore, e su questo si investono anche energie mentali. Per esempio nella gara di corsa dei 10.000 metri ci sono, tra i tanti, due campioni che, a detta dei mass media, possono contendersi il titolo: il Somalo con cittadinanza Britannica Mo Farah e l’Etiope Kenenisa Bekele.

Bekele ha vinto tutto, quattro titoli mondiali e due ori olimpici, ma non corre dal gennaio dell'anno scorso per un infortunio, però decide ugualmente di partecipare ai Mondiali di Atletica.

Può aver preso questa decisione per diversi motivi, ma l’unico importante che potrebbe venire in mente a Mo è che, se è presente, è perché è preparato, e quindi potrebbe vincere. Perciò deve tenerlo sotto controllo e fare una tattica di gara per poterlo contrastare, ma questo potrebbe fargli perdere di vista gli altri eventuali contendenti. Infatti, un altro Etiope riesce a vincere e, secondo me, a parte il merito per le sue capacità fisiche e atletiche e per la sua preparazione, per due ragioni essenziali. La prima ragione è che ha risparmiato le sue energie mentali, perché di Bekele conosceva la forma e le intenzioni e quindi non se ne preoccupava. Di Mo sapeva che era più centrato a preoccuparsi di Bekele e che non di lui, e quindi poteva agire liberamente e mostrarsi al momento opportuno cogliendo di sorpresa gli altri.

Si potrebbe anche considerare che correre per la propria Terra e poter rappresentare i propri connazionali, a iniziare da campioni quali Gebreselasie e Bekele, dà una forza mentale aggiunta, una marcia in più che può essere decisiva per la vittoria.

A Bekele non resta che essere soddisfatto del 1° e 3° posto dei suoi connazionali. Il 22enne Ibrahim Jeilan, infatti, è andato a vincere il titolo mondiale in 27'13"81, rimontando metro dopo metro Mo Farah, per poi passarlo in volata a 20 metri dall'arrivo, mentre Imane Merga ha conquistato il bronzo.

Bekele potrà pensare di rifarsi alla prossima occasione perché, all’età di ventinove anni, per aumentare la propria autoefficacia non può che prendere come modello il suo connazionale Gebreselasie, che si espresso al meglio ben oltre i trenta anni. Inoltre, come altra fonte per aumentare l’autoefficacia, può considerare le sue precedenti eccellenti prestazioni, che l’hanno portato sul tetto del mondo.

Per quanto riguarda Mo Farah e la sua nazione attuale di appartenenza, hanno avuto modo di rifarsi nella gara dei 5.000 metri concentrando e investendo tutto su quella, e facendo tesoro della precedente esperienza sui 10.000 metri.

Per quanto riguarda gli azzurri, Daniele Meucci ha chiuso un giro dopo, al dodicesimo posto (28'50"28).

Il giamaicano USAIN Bolt imbattibile?

"I can't believe it... It was so easy..." 

Poiché in questo momento sembra non avere avversari in grado di mettergli in discussione la leadership e togliergli lo scettro, ci pensa lui stesso a mettersi in difficoltà, ma questo come può succedere? Una spiegazione plausibile potrebbe essere una scarsa motivazione dovuta a un obiettivo troppo facile, troppo alla sua portata, che non gli da modo di preoccuparsi minimamente per il suo conseguimento, perché lui ha già dimostrato di essere il migliore e di non avere nessuno sulla piazza in grado di intimidirlo, di attivarlo in maniera ottimale. E allora che può succedere? Può succedere che nel periodo antecedente la prestazione non investa sufficientemente su essa, perché è come fosse una formalità, e lui dovrà essere solamente presente per garantirsi gloria e onori.

Ma ogni prestazione comporta l’investire tutte le risorse, da quelle fisiche e atletiche a quelle mentali e psicologiche. Non può spegnere la sua televisione mentale ed evitare di vedersi nella prestazione che vorrà compiere, ma dovrà sempre tenerla accesa e vedersi vincitore, sentire le emozioni che lo portano e lo accompagnano alla vittoria. Se questo non avviene, è come se si predisponesse a una semplice attività di routine, dove può non essere presente con tutto se stesso: quello che farà è talmente scontato che una parte di se stesso può anche essere altrove.

Il lavoro che potrebbe fare chi gli sta intorno, quindi, dovrebbe consistere prima nel riportarlo nel “qui e ora” per avvertire come si sente, qual è il suo bisogno in quel momento e quali sono i suoi obiettivi e le sue motivazioni, e poi nel cercare di decidere con lui se ritiene veramente importante ciò che dovrà fare, di mettere da parte eventuali altri obiettivi distraenti e riprenderli dopo la prestazione, e quindi focalizzarsi sulla prestazione immediata, che dovrà sostenere con l’attenzione giusta.

La falsa partenza che gli causerà la non partecipazione alla finale della gara dei 100 metri, dove era favorito per il titolo mondiale, gli servirà poi come lezione, e gli permetterà di considerare di investire tutte le sue energie per affrontare la gara dei 200 metri e la staffetta trionfando in entrambe le gare, e in seguito mostrerà il suo valore al meeting di Zagabria, vincendo la gara dei 100 metri con un tempo di 9.85’’.

Dell’infortunio di Bolt approfitta il giamaicano Yohan Blake (21 anni ancora da compiere), che sale sul tetto della velocità mondiale, e poi realizza a Bruxelles la seconda performance mondiale di tutti i tempi sui 200 metri piani, realizzando un crono di 19"26 a soli 7" dal record mondiale.

Italiani al mondiale

Per quanto riguarda gli Italiani, possiamo ringraziare la grandissima atleta partenopea che con la sua solarità e la sua bravura ha permesso gli Italiani di leggere il nome della propria Nazione nel medagliere.

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