Arti marziali

Nicola arriva in studio dopo un periodo di convalescenza prima in ospedale e poi a casa.

Ha sedici anni, ma ne dimostra molti di più: ha lo sguardo da duro e l'imponenza di un adulto che si allena in palestra da anni. Abita con i genitori in un quartiere considerato malfamato.

Viene all’incontro dopo numerosi rinvii, spinto dai genitori ormai all'ultima spiaggia e in grande difficoltà a relazionarsi serenamente con il figlio.

Nicola pratica karate dall'età di dieci anni, all'inizio spronato dalla famiglia, che voleva praticasse uno sport che permettesse a un bambino, un po' gracile e spesso preso in giro dai compagni, di imparare a difendersi. In seguito il ragazzino si è appassionato alla disciplina ed ha iniziato a praticarla con maggiore frequenza e sempre con grande impegno. Crescendo, ha aggiunto ai numerosi allenamenti anche lunghe sessioni in palestra, per rendere il suo fisico sempre più prestante. Il maestro lo ha sempre appoggiato, anzi lo ha sempre spinto a impegnarsi ancora di più convincendolo che, con il duro e costante allenamento, sarebbe diventato un grande karateka e soprattutto avrebbe potuto difendersi dai ragazzi più grandi del suo quartiere.

Purtroppo sono proprio questi ultimi, un po' "bulli", che hanno mandato Nicola in ospedale.

Una sera, tornando proprio dall'allenamento, convinto ormai di essere “invincibile”, egli ha deciso di prendere la scorciatoia per rientrare a casa, scegliendo di passare nella zona dove abitualmente i ragazzi più grandi si ritrovano e non gradiscono le intrusioni. Appena lo hanno visto, infatti, hanno subito deciso di bloccarlo per rubargli cellulare e portafoglio, ma Nicola, convinto che con qualche mossa di karate sicuramente avrebbe potuto liberarsi facilmente dei suoi aggressori, non ha preso in considerazione il fatto che essi potessero utilizzare dei coltellini: ha avuto la peggio e si è ritrovato in ospedale con tagli e contusioni.

Spesso accade che si inizi la pratica delle arti marziali con l'idea di imparare a difendersi in caso di necessità e i genitori iscrivono i figli con la convinzione che possano imparare tecniche di autodifesa che potrebbero rivelarsi molto utili nella vita quotidiana una volta cresciuti.

Si tratta in questo caso di un enorme errore, che spesso porta con sé conseguenze negative. I bambini, infatti, entrando nella fase dell'adolescenza nella quale le capacità fisiche aumentano, vengono sempre più spinti a intendere le arti marziali come una disciplina che insegna a combattere non solo sul tatami, ma anche nella vita di tutti i giorni.

Spesso poi, oltre ai genitori, sono i maestri stessi a essere convinti di poter utilizzare una combinazione di mosse di karate, di judo o di aikido o di qualche altra disciplina per "mettere a terra" un potenziale aggressore incontrato per strada e trasmettono tale convinzione agli allievi.

Tutto ciò porta i ragazzi verso una sorta di "delirio di onnipotenza", che fa sottovalutare il pericolo reale. L'avversario in strada non è come l'avversario sul tatami: in strada non ci sono regole e soprattutto non ci si trova nell'ambiente controllato della palestra. Nessuno può prevedere quale sarà la propria reazione emotiva all'esperienza di aggressione e non è scontato che si sia in grado di mettere in atto il medesimo comportamento appreso durante l’attività sportiva.

Purtroppo tutto questo non viene spiegato né ai genitori, spesso non abbastanza informati o in molti casi male informati, né dal maestro, egli stesso convinto di insegnare a difendersi.

In realtà le arti marziali sarebbero un'ottima disciplina, da praticare anche fin da bambini, poiché esse permettono di apprendere, attraverso uno sport e quindi attraverso il divertimento, coordinazione motoria, senso di responsabilità, rispetto dell'altro e delle regole. Attraverso la loro pratica si imparano, insieme ai propri coetanei, aspetti fondamentali della relazione, utili e necessari in seguito nella vita adulta.

Non bisogna poi dimenticare quanto, soprattutto durante l’adolescenza, la dimensione gruppale sia un elemento indispensabile: in questa particolare fase della crescita la possibilità di coniugare il gruppo dei coetanei con uno sport che insegna importanti valori potrebbe essere estremamente utile al ragazzo per permettergli di confrontarsi divertendosi.

È però necessario che queste discipline, nate sì come arti del combattimento, ma ormai diventate nel contesto occidentale discipline sportive, vengano insegnate come tali, perché non è solo la preparazione atletica e tecnica, ma, in situazioni di pericolo reale, è soprattutto lo stato emotivo unito agli imprevisti a condizionare la reazione personale e quella altrui.

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