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Da tuttocome de La Stampa Numero 279. Martedì 29 agosto 1990. 19
Settimanale della casa e del tempo libero
Per gentile concessione de La Stampa
Psicologi e psicopedagogisti si interrogano: la superdotazione deve essere incentivata oppure tenuta sotto controllo e se necessario scoraggiata fino a neutralizzarla?

Come reagiscono gli adulti, in particolare gli insegnanti, quando si imbattono in un genio precoce? E come dovrebbero reagire? Più esplicitamente: la “superdotazione” deve essere difesa e appoggiata, o controllata e, magari, scoraggiata?

Qualcuno vorrebbe addirittura neutralizzare il ragazzo superdotato. Al Congresso Europeo sull'infanzia precoce svoltosi a Barcellona nei mesi scorsi si è riproposta una contrapposizione che, in verità, sembra superata. Da una parte, l'Eurotalents, l'associazione europea che difende la precocità, tramite il rappresentante portoghese Luis Nazareth segnala l'importanza anche sociale della “materia grigia” e l'obbligo di “un sostegno dell'istituzione al mondo della superiorità intellettuale”. Dall'altra, chi, come “Le Monde”, teme che un’attenzione particolare verso i bambini superdotati possa diventare “paravento per chi auspica il dominio di una ristretta casta di eletti”.

Ci premono due considerazioni. La prima, che è che dovere di qualsiasi sistema educativo di qualsiasi civiltà portare ognuno al livello che gli è possibile. La seconda, che il dubbio non va posto tra il penalizzare il superdotato perché gli altri non debbano soffrire e il creare un “mostro” pericoloso.

Riteniamo che ognuno abbia possibilità e limiti ben definiti e che il non rispettarli provochi sempre sofferenze. Non soffre solo chi viene frenato o, al contrario, spinto a una condizione di superiorità, ma anche chi, in nome di un egualitarismo fittizio, viene illuso che la sua minor dotazione sia quasi un privilegio difendere.

La scelta, dunque, è tra due tipi di educazione. Una che spinga il superdotato a impegnarsi per sottomettere l'ambiente e rendere odiosa la distanza dagli altri. L’altra, invece, che lo alleni a vivere rapporti armonici e a raggiungere obiettivi validi per tutti.

Inoltre, la genialità non riconosciuta o, peggio, ostacolata, è pericolosa. Diventa inquietudine, insoddisfazione o desiderio impulsivo di qualcosa, anche se inutile o autolesivo. Una miscela esplosiva che da qualche parte deve sfogarsi. Un superdotato ostile che soffre e sente giusti sentimenti, può diventare geniale della distruttività.

Pensiamo al caso di Giuseppe un ragazzo di quattordici anni che ripete la terza media. A scuola è intrattabile disturba e, a volte, è addirittura minaccioso e aggressivo. Commette anche piccoli reati, ma è geniale: sia negli scherzi e nelle sue imprese, sia nelle estenuanti discussioni con gli insegnanti che cercano di correggerlo o, almeno, di contenerlo. È convinto che tutti gli vogliano imporre che cosa fare, ma che nessuno reputi importante ciò che ha da dire.

Al test Giuseppe si rivela soggetto fortemente creativo, capace di analisi e di sintesi, di pensiero astratto e di una pragmaticità viva, originale al punto di forzare le interpretazioni e i concetti pur di negare il pensiero degli altri i imporre la propria visione personale. Emergono anche forti implicazioni emotive. in particolare un desiderio sofferto di affermazione e, non inattesa, una forte ansia di fondo dovuta a vari fattori. Alla sua carica aggressiva, ad esempio, che contrasta con la disponibilità all’estroversione. Alla distanza che lo separa dagli altri che, pure lo ammirano. Ma soprattutto all'impossibilità di esprimere in altri modi la sua forza creativa.

Suo padre è capace di imporsi solo con il comando, e rifiuta qualsiasi è risultata che non sia l'”essere il primo in tutto”. È chiuso a ogni sua proposta, e Giuseppe sente un muro tra lui e il padre. Ne è umiliato e compensa il suo disagio cercando di prevalere e sconfiggere tutti. Cerca allora situazioni e compagnie per affermare la sua dotazione. Ragazzi più adulti, che lo riconoscono come capo, ma che pretendono di essere guidati in imprese clamorose e mai costruttive.

Giuseppe riesce quindi a emergere sugli altri nell'unico modo possibile: imponendo il fascino del ribelle, anche se non è certo appagato.

Il geniale inappagato può cercare l’autodistruzione. Molti superdotati umiliati o delusi finiscono tra i cosiddetti falliti, che rinunciano o si nascondono nella mediocrità se non, addirittura, tra le vittime della droga. Stefano è il classico allievo bersagliato dall’ironia crudele dei compagni. Ha tredici anni e prima non aveva ripetuto classi, ma si accontenta di vivacchiare in fondo al gruppo.

È introverso, taciturno, con interessi personale anche profondi e culturalmente validi, ma del tutto estraneo alla mentalità che lo circonda. È apprezzato dagli adulti, ma non riesce a sviluppare quel senso di compartecipazione emotiva indispensabile per provare interesse e per integrarsi con i coetanei. Dotato di un’intelligenza intuitiva creativa e orientata al pensiero astratto, fin da bambino si è espresso con forme di pensiero non capite dalla coalizione degli altri, più agguerriti, anche se dotati di qualità intellettive più modeste. Ha finito per essere escluso e ritenersi inferiore agli altri in tutto e, in particolare, per l'intelligenza.

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