Pillole

Al termine fair play si dà un senso troppo limitato. È giusto parlare di etica, lealtà e ogni forma di rispetto per gli altri e per se stessi, ma non basta.

L’insistenza nei luoghi di sport o il richiamo alla correttezza magari dopo una gara ai limiti del tollerabile, placano gli animi del momento e vanno continuati, ma non si devono ignorare gli effetti sul rendimento e sui risultati.

Di fair play parlano in troppi, e di solito in termini generici e uniformati, spesso senza crederci molto, per dire che è più bello essere buoni, puliti e nobili d’animo, anche se gli altri, meno nobili e più smaliziati, ti camminano addosso. Troppe parole caramellose, e pochi accenni al molto di più che lo sport “pulito” può dare in termini di sviluppo del talento e della persona, di rendimento e di longevità agonistica.

È accettato che il fair play renda migliori lo sportivo e l’uomo, ma non che nello sport faccia vincere prima, meglio e più a lungo, o che essere padroni dei propri impulsi, adulti, evoluti e responsabili sia sempre un bel vantaggio.

Prendiamo ad esempio il calcio, lo sport nel quale per molti il fair play sembra un limite, uno scostarsi e lasciare il passo per evitare il violento, o il “fare i buoni mentre quelli che picchiano vincono”.

Cerchiamo l’errore. Che cos’è l’agonismo? È saper usare al meglio tutte le risorse, senza perdersi in intenzioni estranee al gioco, non sostituire il talento e l’abilità con trucchi e furbizie. È coraggio, sicurezza e decisione di fronte alle situazioni, prontezza, autocontrollo e iniziativa. E nella mente è uno stato lucido e consapevole che l’atleta conosce e padroneggia, il top del rendimento, l’attivazione necessaria, e non l’eccesso.

Esiste, però, anche l’agonismo sbagliato. È quando s’impiega un’aggressività non controllata nella direzione e nell’intensità, e si associa con termini quali rabbia, cattiveria, aggressione, odio e furore. Oppure si giustifica tutto in nome del pieno di adrenalina, che serve per agire “d’istinto” di fronte a un pericolo, ma a spese dell’ingegno e della lucidità per usarlo, e dell’uscita dalla ragione perché si gioca una partita.

Per essere efficaci, non basta, quindi, parlare di etica, civiltà, maturità o lealtà, perché queste ci sono o non ci sono. E quando non ci sono, fingere di averle e continuare a credere che con i giovani conti solo vincere oggi, diventa addirittura un freno.

Occorre parlare di utilità e di danni. L’agonismo sbagliato, che è spregio del fair play, è un limite che pesa su rendimento, iniziativa, gioco, lucidità, concentrazione e padronanza della situazione. Sostituisce l’apprendimento e l’uso del gesto tecnico con il trucco, la furbizia o l’aggressione. È un blocco allo sviluppo del proprio talento perché, per scoprirlo, occorre essere lucidi, e poter sbagliare, perché la creatività e l’ingegno, per essere efficaci, hanno bisogno di prove e correzioni.

Inoltre, nell’agonismo sbagliato, il giovane più dotato, che è portato a usare la propria maggiore tecnica verso compiti estranei al gioco, si deve adattare a modi che gli altri usano meglio. E va oltre il giusto livello di attivazione, di là dal quale ci sono un calo del rendimento per coinvolgimenti fisici negativi e sempre maggior difficoltà a usare la tecnica e la mente.

In una partita negli anni ottanta tra due potenze del calcio giovanile, quella che cerca di intimorire e non far giocare perde contro di quella che, invece, pensa a giocare impiegando al meglio il proprio talento. Il presidente del settore giovanile che anche questa volta perde non ce la fa più, e a un certo punto esplode: “Rompigli le gambe, coniglio”. Aumentano la frenesia e la confusione, e la squadra che gioca arrotonda ancora il risultato.

Negli stessi anni, prima di un derby, un giornalista chiede a un ragazzino diciottenne quanto è emozionato, o meglio impaurito, e quali strategie utilizzerà per neutralizzare a centrocampo l’avversario diretto, fresco campione del mondo. Il ragazzino risponde: “Ho rispetto e ammirazione, ma non paura. Lui farà il suo gioco ed io il mio”. Sembra che, dopo la partita, il campione del mondo, campione anche in altro, molto sportivamente, si sia complimentato.

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