Pillole

Prima dell’allevamento intensivo, si giocava all’oratorio e in strada, ...

... in qualsiasi momento in cui si aveva a disposizione un oggetto da trasformare in strumento di gioco, e queste opportunità facevano crescere e incrementavano il gusto e il piacere del gioco.

Il talento si poteva esprimere senza dover camminare su binari ed essere vincolato a pure esecuzioni, e aveva modo di assaporare il vero piacere del gioco, che lo seguiva in tutto il suo percorso nello sport.

In parte, erano diversi anche i genitori, che difficilmente vivevano in funzione del figlio, anche se era un talento. Il figlio arrivava allo sport per stare bene e divertirsi, e non era ancora, o se non altro lo era meno, un piccolo professionista o un capitale da investire per farlo rendere. La scuola contava più dello sport, anche se nessuno pensava che le due attività si rafforzano a vicenda, cioè che andare bene a scuola fa crescere uno sportivo più maturo, evoluto e sicuro nello sport, e che fare sport rinforza la sicurezza, l’ottimismo, il carattere e il fisico con benefici per la scuola.

Logicamente mancavano molte cose. C’era poca programmazione, e il talento poteva perdersi per una crisi, qualche atteggiamento poco controllato o un momento di difficoltà che nessuno sapeva capire. In modo paradossale, arrivavano ad alti livelli anche il talento con grandi qualità e poca testa, o quello che piaceva per una qualità spiccata, che però non diventava mai uno sportivo vero e completo. In pratica, quello che si diceva, e si dice ancora, che “ha poca testa”. Ma non è così. L’esperienza ha fatto vedere che il talento, perlomeno negli sport nei quali occorre capire e adattarsi alle situazioni per modificarle, ha sempre una buona dote intellettiva. Ciò che mancava, e ancora manca, è la capacità di riconoscerla e di svilupparla.

La persona sembrava non contare molto ma, in modo paradossale, forse era più importante. Per riuscire, bisognava avere qualcosa di proprio e saperlo esprimere, perché non c'era l'organizzazione che si curava di sopperire quando il talento non ce la faceva da solo, e questa disattenzione per la persona portava più facilmente a perderne molti. Senza, però, grossi drammi, perché non arrivare era una delusione, ma non una sconfitta, mentre arrivare non era un obbligo, ma piuttosto una fortuna.

C'era più spazio per l'istinto. Il talento poteva spaziare con la fantasia e l’iniziativa senza paura di sbagliare, perché non si sarebbero procurati grossi danni, e un'invenzione riuscita o una prodezza che infiammava il pubblico rimettevano tutto a posto.

Lo sport gli rimproverava intelligenza limitata, un carattere infantile, critica povera e scarsa misura, e anche a ragione, perché la creatività e l’iniziativa, se imbrigliate, possono trasformarsi in fatuità o mancanza di autocontrollo. Poiché non sapeva utilizzare queste qualità, che sono i caratteri che lo distinguono dagli altri, occorreva arginarlo. Lo sport gli creava ostacoli, lo puniva e lo trattava come una specie di selvaggio da controllare. Oppure, se gli era indispensabile, gli creava percorsi privilegiati perché non diventasse bizzoso e reattivo. Trattava quindi la creatività, l'iniziativa e l'ingegno come impulsività e autocontrollo labile, ma intanto lo coccolava e lo blandiva perché accettasse di essere costruttivo.

In pratica, si accontentava di ciò che un talento grezzo poteva dare, oppure cercava di frenarlo con le buone per non perderlo o renderlo più incontrollabile.

Una considerazione: questo non è un concetto romantico, il ritorno a “com’era una volta”, ma un concetto purtroppo troppo avveniristico per la cultura attuale. Le società sportive non prestavano una grande attenzione all’investimento che poteva rappresentare il talento ed erano meno organizzate, e molte volte questo era un vantaggio, quasi la differenza tra un prodotto artigianale e uno industriale.

Con l’allenamento intensivo i ragazzi sono cambiati. Hanno più presto la possibilità di dire la loro e di chiedere ciò che vogliono, ma soprattutto pensano di poterlo pretendere. Se non sono d’accordo, sono più difficili da convincere e anche più smaliziati. Sono però meno pronti a tollerare le richieste che non danno un piacere immediato. Entrano nello sport giovanissimi e già da subito devono dimenticare il gioco e adattarsi a un insegnamento uguale per tutti e al quale non sono ancora preparati, imitare il campione, di cui non hanno i mezzi tecnici e fisici, e sopportare tensioni che non sono neppure utili per l’adulto. E devono riuscire a tutti i costi, e questo peso è troppo gravoso.

Un ambiente che considera o, tante volte furbescamente, lascia considerare tutti potenziali campioni solo da scoprire e formare, commette molti errori, specie se continua a usare metodi non più adatti ai giovani di oggi. Il talento riceve attenzioni fuori misura, è coccolato e ha tutto programmato, e queste facilitazioni lo privano di esperienze e occasioni indispensabili per crescere. Molte colpe sono del genitore che pone aspettative fuori misura, esercita pressioni che il giovane non sa tollerare e lo portano spesso a perdere passione per lo sport. Altre sono dello sport, quando non sa trattare le potenzialità di chi è più dotato e chiede a tutti di non uscire da schemi rigidi che soffocano la spontaneità, l’intelligenza e il talento.

Rispetto a ieri, quindi, sembra che la persona conti di meno nei confronti della programmazione ma, in effetti, conta in modo diverso. Non più perché sa esprimere qualcosa che gli altri non hanno, e dunque riuscire per il suo ingegno, che spesso è anche sregolatezza, ma perché riesce a tenere il passo delle richieste che gli fanno.

È chiaro che il talento “costruito” è più funzionale, ma non ha più la possibilità di lasciare libero l’istinto e sviluppare quelli che sono i suoi caratteri più genuini. In nome dell'uniformità, infatti, lo sport tende a ignorare e neutralizzare la creatività, l’ingegno, il desiderio d’iniziativa e la fantasia, che sono i suoi caratteri più specifici. In pratica, lo costringe più a badare a eseguire gesti che non sono suoi e a non commettere errori che a interpretare ciò che sta avvenendo e a creare per modificarlo e renderlo più funzionale. Cerca e sviluppa in tutti le stesse qualità in modo da integrarle, ma rifiuta la diversità, che è la vera natura del talento, e alla fine si accontenta che faccia meglio ciò che fanno tutti, ma non cura ciò che saprebbe fare solo lui.

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