Pillole

È proprio l’errore che ci preoccupa tanto? In realtà ci disturba l’autonomia che, come il coraggio, ...

... che non è una qualità congenita, ma una conquista e un modo di vivere e di proporsi che si raggiunge per gradi e attraverso prove ed errori.

Non sappiamo come governarla, perché la confondiamo con l’assenza di regole e vincoli, quasi licenza di fare da soli e rifiutare di essere guidati, ma l’autonomia non è anarchia o uno spazio eccessivo che non si sa amministrare. L’autonomia è la forma più evoluta di responsabilità: un allievo autonomo ci mette del suo quando impara o prende iniziative, ed è più disponibile, perché non ha bisogno di opporsi o di fare di testa sua. Anche noi, però, dobbiamo aver raggiunto la nostra, perché nell'educazione non possiamo trasmettere ciò che non possediamo, altrimenti soffochiamo la creatività, l'iniziativa e la responsabilità dell’allievo.

 

Quando sbagliamo con i giovani?

Quando:

  • esercitiamo un rigido controllo e ci aspettiamo continue prove;
  • disapproviamo qualsiasi tentativo che possa esporre all'errore;
  • correggiamo e imponiamo la nostra soluzione prima ancora di avere capito quali sono le capacità, le qualità e le risorse di cui dispongono gli allievi;
  • risolviamo tutto per guadagnare tempo, senza renderci conto che così non lasciamo che imparino ad andare da soli;
  • ci aspettiamo solo realizzazioni perfette, o a volte accettiamo le loro idee, ma non le mettiamo in pratica;
  • alleniamo la mente con soluzioni o ripetizioni come si allena il corpo, mentre la mente ha risorse del tutto individuali che si possono esprimere solo con la libertà di creare il nuovo, e quindi di poter incorrere nell’errore.

Come possiamo allora sviluppare la creatività e l'iniziativa se non lasciando che l’allievo si alleni ad affrontare da solo le situazioni o provi anche a rischio di sbagliare? Come esercitarlo a essere libero e responsabile se gli imponiamo solo comportamenti privi di rischio e non gli lasciamo l'opportunità di sbagliare per poi imparare a correggersi? O come allenarlo a essere originale e creativo, se continuiamo a offrirgli soluzioni definitive o gli chiediamo delle pure imitazioni?

Tutto ciò porta a una considerazione fondamentale: solo rispettando queste condizioni possiamo consentire al giovane di scoprirsi, di prendere confidenza con il proprio corpo, con l'ambiente e con il proprio mondo interiore e di sperimentare tutte le qualità che possiede.

Come vediamo, la mente o, in questo caso, l'intelligenza, si esprime a tre livelli complementari tra loro, ma nettamente separati. Il primo, quello dell'apprendimento, è facile da raggiungere: è sufficiente fare come si è sempre fatto, anche se ci dobbiamo abituare a un giovane sempre meno disponibile a seguirci come un puro esecutore. Il secondo, quello della critica, ci obbliga ad ascoltarlo, a cercare le sue opinioni e anche ad aspettarci che non sia d'accordo, e a fare qualcosa perché partecipi e non resti solo un recettore passivo. Il terzo, infine, quello della creazione e dell'iniziativa personale, ci affascina di più. Un giovane che impara delle cose e, intanto, si abitua a sentirsi soggetto e protagonista attivo del mondo che lo circonda, che crea e produce qualcosa di suo, che si sperimenta e intanto va nella direzione che ci aspettiamo è l'obiettivo che può distinguere la nostra presenza di educatori nello sport da qualsiasi altra situazione d’insegnamento.

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