Pillole

Nei giochi di squadra, l’errore è l’occasione per impegnare tutti a trovare insieme la soluzione più valida, ...

... scoprire se dietro vi è una proposta di gioco originale e imprevista, o anche per attuare una correzione senza mortificare chi l’ha commesso.

Come impiegarlo nel giovane e nell’adulto? C’è l’errore non giustificabile, ma neppure in questo caso servono accuse e condanne. Potrebbe essere casuale, magari determinato da una tensione eccessiva o da un momento d’insicurezza che in questo modo rendiamo più evidente, perché chi l’ha commesso sa già da solo di avere sbagliato, e di sicuro non ha bisogno di un'altra umiliazione. Oppure, potremmo trovarci di fronte a una distrazione colpevole o a una mancanza d’impegno, e allora un urlo, un severo rimprovero o una minaccia occasionali possono essere sentiti come un richiamo che non disturba. Se, però, vi sono anche ribellione, indifferenza verso le esigenze della squadra o rifiuto delle disposizioni e della collaborazione con i compagni, bene che vada lasciano il tempo che trovano. È però più facile che l'errore, in questo caso, sia in qualche modo anche intenzionale e serva per farci la guerra, e allora ha bisogno d’interventi ben più complessi e profondi.

Non sempre è possibile trasformare gli errori in spunti positivi, ma se ci limitiamo a urlare, puntare il dito o considerarli una colpa, lasciamo vivo il problema e non aiutiamo chi li commette a superarli. Quando non ce li sappiamo spiegare, serve cogliere l'occasione per correggerli o, in modo più evoluto, trovare eventuali contenuti positivi. In ogni caso, parlarne insieme è l’occasione per creare un clima nel quale si possono capire e collaborare per trovare i rimedi per non ripeterli.

È necessario analizzare le condizioni che l’hanno determinato, altrimenti interveniamo sugli effetti e non sulle cause. Se ci limitiamo a condannare non possiamo capire cosa non è stato fatto dalla squadra e cosa si sarebbe potuto fare perché il singolo lo evitasse. Come si sarebbe potuto agire se si fosse capito che dietro vi era una proposta che gli altri non hanno colto e sarebbe potuta diventare uno schema collettivo originale e imprevisto. Se è mancata l'intesa con gli altri o le forze per attuarla, o se il gesto tecnico non è riuscito com’era stato pensato. O magari se l’errore non è anche dipeso da noi che non siamo riusciti a farci capire o abbiamo creato troppa tensione e paura di perdere.

Prima di concludere che l’errore è stato un’iniziativa sbagliata, quindi, occorre concedere all’allievo l'opportunità di spiegare cosa voleva fare e perché non vi è riuscito, altrimenti:

  • non cogliamo il contributo che ci è offerto o lo spunto che trasforma un errore in un'idea nuova e creativa;
  • non lo rassicuriamo di poter essere creativo senza dover avere inutili paure;
  • non abituiamo la squadra a rispondere in modo costruttivo alle proposte dei singoli;
  • non possiamo capire se abbiamo trasmesso un'idea confusa, incompleta o non capita;
  • oppure, alla luce dell'errore e delle soluzioni che si sarebbero potute adottare, scoprire uno schema di gioco originale.

Un'analisi pacata dell'errore, quindi, può dare qualcosa di nuovo: allena alla critica o alla scoperta di alternative, e quindi trasforma un evento che poteva diventare un freno e paura di rischiare in una rassicurazione e in una soluzione creativa che coinvolge tutti e diventa patrimonio della squadra.

Qualcuno dice che, per non acquisire abitudini sbagliate, è meglio imparare subito la soluzione giusta ma quest’affermazione è un limite. Tra un bambino ingozzato passivamente di soluzioni e uno che abbiamo portato a crearne una da solo non c’è confronto. Il primo avrà tante informazioni che non sa padroneggiare e impiegare per essere creativo, mentre il secondo avrà acquisito la sicurezza per trovarne sempre altre e impiegarle secondo quanto prospetta la situazione. E, soprattutto, la soluzione costruttiva non può nascere da un ingegno messo a riposo per tutelarlo dell’errore.

Perché siamo portati a condannare sempre l’errore? Abbiamo paura di non saper conciliare la creatività, l’originalità e la libertà con l’aderenza alle esigenze reali, e che il giovane sia un ammasso d’istinti da neutralizzare. Il giovane è una potenzialità che va indirizzata, ma lasciata libera, perché l’ingegno frenato diventa irrequietezza e ribellione. E senza timori, perché se condividiamo modi, indicazioni, indirizzi e obiettivi, i giovani ci offrono come risposta una vasta gamma di comportamenti diversi secondo i mezzi di cui dispongono, ma sempre in accordo con le nostre attese.

E se i giovani si fissano obiettivi fuori della loro portata? Chiariamo le nostre opinioni, e se abbiamo intesa, capiranno. Se, invece, gli obiettivi sono ragionevoli e solo difficili da raggiungere approviamoli. E se, pur con errori e tentativi ancora incerti, non si abbattono di fronte alle difficoltà o all’errore, utilizzano la nostra opinione per arrivare alle proprie soluzioni, o impiegano gli strumenti più adatti agli obiettivi, incoraggiamoli, perché più dei risultati concreti ci devono interessare gli sforzi e i modi che impiegano per raggiungerli.

Il divieto di sperimentarsi non disturba solo lo sport. Uno sviluppo armonico della persona percorre momenti che non si possono perdere, perché i loro possibili effetti non sono recuperabili. L’intelligenza, per esempio, è sollecitata al suo primo livello, l’apprendimento, ma non a quelli più nobili, che sono la critica e l’invenzione. Lo sport allena solo il primo, ma non il secondo, che potrebbe portare gli allievi a valutare lo stile e le decisioni dell’allenatore. E meno ancora il terzo, che può essere valutato come anarchia, ed espone inevitabilmente all’errore, perché la creatività e l’ingegno non si esercitano solo in campi conosciuti e sicuri.

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