Pillole

Partiamo dai campioni per parlare dei giovani, e anche di quelli che hanno prospettive di carriera.

Quanti ci dicono di avere difficoltà a essere loro stessi, ad adattare la realtà e gli avvenimenti ai propri punti di vista piuttosto che adattarsi?

E quanti, al contrario, o allo stesso modo, credono di poter condizionare l'ambiente o pretendere che il mondo si metta a loro disposizione, se non, addirittura, al loro servizio?

In questi casi, si può parlare di un'identità non del tutto chiara, e della difficoltà a farsi capire, a far coincidere il proprio mondo interno con ciò che avviene intorno e a padroneggiarli entrambi. È insicurezza, se non, addirittura, il disagio di non sentirsi ugualmente adeguati dentro e fuori dello sport.

Partiamo dal concetto che l'identità inizia a formarsi nella prima infanzia e si sviluppa man mano sommando le esperienze, i tentativi, i successi e le sconfitte. E che, in fondo, il filo conduttore è la sicurezza che, in ogni momento dello sviluppo, consente di acquisire dall'ambiente e di sentirsi adeguati.

Una delle cause di questo disagio, quindi, è spesso un contatto troppo precoce e totale con lo sport. Con questo non si vuole dire che lo sport in giovane età sia negativo. Anzi, quando resta un gioco, è uno straordinario strumento educativo. Mentre è negativa la pretesa di condizionare il bambino e adattarlo a certi modelli invece di aiutarlo a sviluppare ciò che è suo e lo distingue da tutti gli altri. Quella di farlo vivere da piccolo professionista o sradicarlo dalla famiglia per trasportarlo in un mondo che non sa ancora capire e padroneggiare. O quella di farlo vivere di traguardi magici, di solito solo ipotetici, quando è ancora solo in grado di vivere un presente privo di attese e di complicazioni.

Ciò che meraviglia è che tutto questo esista ancora in quello sport che continua a esasperare i suoi vecchi metodi formativi e, intanto, si dichiara insoddisfatto degli sportivi che produce.

Il bambino e il preadolescente non possono saltare delle tappe fondamentali dello sviluppo senza subire conseguen­ze. Ci sono momenti di sperimentazione, di libertà di pensare, di formulare ipotesi e di sbagliare, di provarci senza bisogno di dare prestazioni e riscontri, che sono essenziali per lo sviluppo. A queste età c'è bisogno di prendere sul serio delle illusioni e delle fantasie e di provare a farle diventare vere, ma non di progetti e di obiettivi di altri, troppo lontani e non più modificabili, addirittura prima ancora di cominciare.

Fino agli undici, dodici anni, non possiamo neppure iniziare a programmargli la vita e allenarlo in modo che sia subito produttivo, funzionale e "professionista". Questa considerazione ci ricorda che questi esperimenti sono già stati fatti molto prima, e ci hanno sempre dato individui forse anche funzionali, ma in un campo solo, e "freddi", capaci di buone prestazioni, ma non in grado di arrivare dove li avrebbe portati un impiego più libero delle loro risorse. E qui diventa chiaro il riferimento al talento, che deve rinunciare a quelle doti che lo differenziano dagli altri per diventare un buon esecutore d’idee che non sono le sue. Qualche volta il "prodotto" del condizionamento è anche soddisfacente, ma anche in queste situazioni è il caso di dire che lo sport non ha diritto di creare dei "fenomeni" da sport e di non curarsi se sono inadatti e privi di una loro identità altrove.

In età appena successive viene il confronto con i coetanei, meno popolari nel gruppo o nell'ambiente, ma di solito più preparati sul piano culturale. E lì avviene lo strappo: o smetterla di giocare a fare i campioni e diventare come loro, oppure convincersi di non dover somigliare a nessuno. Tutto questo senza, comunque, dimenticare che certe situazioni non sono del tutto evitabili. Ad esempio, il campione in sviluppo vive pochi rapporti costruttivi perché i coetanei lo vedono come privilegiato e non come uno "alla pari". Alcuni lo cercano perché li valorizza, ma non per quegli scambi che fanno crescere entrambi. Altri, invece, lo evitano perché cercano campi diversi dove sia possibile primeggiare sull'ambiente. E nello sport e nella squadra non può certo contare sempre su grandi possibilità di scambio. Qui è vezzeggiato perché è il futuro campione o fa vincere, oppure è trattato con distacco se non, addirittura, con durezza se perde o quando deve fare i conti con gli umori degli adulti.

Più tardi, quando è arrivato al successo, il campione dello sport vive la condizione di essere idolatrato e vezzeggiato, ma spesso in altri ambienti prova il disagio di essere impacciato, non sicuro, privo di una giusta misura nei rapporti e bisognoso di qualcuno che lo amministri e gli dica cosa deve fare. Così, anche il sentirsi trattato o il considerarsi tutto o niente, secondo la vittoria o della sconfitta, è un ostacolo a una chiara identità e un danno anche durante la carriera.

Anche i suoi messaggi sono filtrati, interpretati e, alla fine, tradotti come meglio piace agli altri. Ad esempio, se per un momento non sta bene o s’infortuna, c'è chi stabilisce che finge o rischia di finire la carriera. Oppure, spesso non ha neppure gli acciacchi o i problemi che dice di avere, ma quelli che gli attribuiscono gli altri, allenatore, massaggiatore, medico, tifoso o chiunque si senta in diritto di valutarlo.

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