Pillole

Sono certi sport a stimolare la violenza nell’individuo predisposto, o anche normale, o è il violento a sceglierli come contesti adatti per “esprimersi"?

 Innanzitutto, che cos’è la violenza?

È:

  • un modo di proporsi e di agire contro gli altri pur avendone bisogno come spettatori e vittime;
  • un mezzo per segnalare e imporre un’esistenza priva di apprezzamenti veri;
  • il tentativo di compensare, attraverso una vittoria priva di eccessivi rischi, sentimenti d’inferiorità e insuccessi non assorbiti o non neutralizzate da soddisfazioni positive o da “trionfi”.

Il violento cerca di compensare il proprio disagio umiliando l’altro che non può difendersi o sottrarsi, e questa impresa lo dovrebbe rendere lontano e “superiore". Non si appaga mai perché, in un ciclo senza fine, è costretto a cercare riconoscimento attraverso vie e mezzi che gli altri rifiutano e spregiano, aumentando così la propria inadeguatezza.

La violenza è sempre esibita per distinguersi all’interno del proprio gruppo:

  • il gregario per essere accettato e ricevere approvazione, e l’aspirante leader per acquisire prestigio;
  • per competere con altri gruppi, come dimostrano le spedizioni punitive o le risse da stadio;
  • per ottenere consenso dopo la spedizione eroica e il ritorno da vincitori;
  • per guadagnarsi la notizia e la foto sul giornale, o l’indignazione dello sport e del moralista in cerca pubblicità. Ma il violento non teme la condanna, e quando se ne parla in termini emotivi e retorici, si fa il suo gioco.

Il violento ha bisogno del gruppo che, oltre a fornire una platea consenziente e testimoni per le imprese temerarie, ha il fascino dell’anonimato e della potenza esibita e imposta senza eccessivi rischi. Permette di far crescere quell’ostilità che rende lecita l’aggressione, diluisce la responsabilità e garantisce impunità, come dimostra la violenza da stadio, che di solito trova giustificatori ed è in qualche modo perdonata. Inoltre, il gruppo soddisfa il bisogno di solidarietà e di appartenenza, perché presuppone una certa capacità di coesione e l’aderenza a delle regole interne.

Il violento, quindi, è un debole che si misura dietro la protezione e l’anonimato del gruppo e solo quando può avere un vantaggio, come avviene nei confronti delle forze dell’ordine, che non possono reagire fuori dalle regole consentite. E ha paura, nonostante volte sia un temerario che sembra non temere eventuali danni fisici. La temerarietà, infatti, è un espediente per dimostrare di avere coraggio, perché la paura del violento è la necessità di confrontarsi in campi disciplinati da regole e di confrontarsi su capacità reali e obiettivi condivisi, nei quali si sente inadeguato.

Spesso lo sport crede di usarlo, ma il violento è ambivalente: si accoda a chiunque gli garantisca un vantaggio, ma passa facilmente, e in modo irrazionale, dall’amore all’odio, e quindi è pericoloso pensare che sia facilmente controllabile o, almeno, non procuri danni quando si crede ingannato o anche solo non esaudito.

Che cosa può fare per il violento da stadio chi esercita la mia professione? Poco perché, se non è affetto da una vera patologia, fuori del suo gruppo torna alla condizione di “individuo normale”, non ritiene che il suo comportamento sia squilibrato e, soprattutto, non viene a raccontarci le imprese di cui è stato protagonista.

Possiamo al massimo cogliere degli atteggiamenti sospetti, come una certa arroganza, poco rispetto per le regole o incuranza verso gli altri, ma non verso di noi perché, quando è solo, è un debole e, quando si trova di fronte ad un personaggio autorevole, è ossequioso. E, soprattutto, lo possiamo descrivere come è: un debole che non conosce forme positive per neutralizzare i suoi disagi.

Non possiamo, però, prenderlo di punta o limitarci a criticarlo, perché ci ridurremmo a fargli un sermone, e nessuno cambia i propri atteggiamenti se non è consapevole della loro anormalità e se non è motivato a farlo.

Può fare di più lo sport. Innanzitutto, offrendosi come modello che rifiuta la violenza.

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