Pillole

A volte è la dotazione stessa, specie quella che ha a che fare con le qualità della mente, a creare problemi.

Il talento ha un’intelligenza buona, di solito superiore alla media, come ci ha fatto vedere una lunga esperienza nello sport.

L'esperienza, però, ci ha anche fatto incontrare molti adolescenti superdotati che, proprio per questa loro diversità, sono stati persi dallo sport e anche da altri campi della vita.

Ci ha anche fatto incontrare degli adulti, dei campioni, che hanno vissuto tutta la loro carriera in una penosa condizione di disagio, convinti di non essere in grado di affrontare l'ambiente fuori dello sport. In ogni caso, i talenti veri non sono tanti, mentre gli altri sono figure create dalle illusioni degli adulti o sogni di ognuno di noi che, almeno una volta, ha creduto di essere il primo e il migliore. Il male non sta nei sogni, ma in aspettative spropositate e in comportamenti educativi non adeguati all'età.

Il talento nello sport e il superdotato in tutti i campi della vita hanno un sicuro vantaggio e, se formati con accortezza possono raggiungere una vita adulta di piena soddisfazione, ma occorre delicatezza nel prevenire i rischi nel dosare gli interventi. Per esempio, il talento dello sport:

  • può esprimersi in modi che per gli altri non sono comprensibili, non riuscire a integrarsi nel clima del gruppo e patire più degli altri la sconfitta o un giudizio negativo;
  • la maggiore abilità gli può far perdere il bisogno di scoprire, verificarsi o vedersi dei limiti e, dunque, di completarsi e sviluppare qualità e caratteri per vivere bene fuori e dentro lo sport;
  • la sua vitalità può contrastare con gli interessi collettivi: ha più creatività, intuizione, iniziativa, è più pronto e quindi può produrre modo troppo rapido e non comprensibile, oppure proporre contenuti e iniziative non imitabili. Deve essere aiutato a imparare a dirigere le proprie qualità, altrimenti può addirittura danneggiare gli altri;
  • la sua vivacità creativa va compresa, indirizzata e favorita perché, se resta inespressa, si trasforma facilmente in insicurezza, inquietudine ribelle e spesso anche fatua o, in modo paradossale, in isolamento per la convinzione di essere meno dotato degli altri. Se si sottovaluta, quindi, perde il coraggio e la sicurezza per mettersi alla prova e impiegare la sua maggior dotazione;
  • ha bisogno di essere riconosciuto per le sue qualità perché, se è trattato come tutti gli altri, rischia di non raggiungere la consapevolezza dei propri mezzi;
  • non sa essere sempre concreto e in sintonia con il pensiero comune del gruppo. Per questo a volte può essere considerato solo stravagante e non costruttivo, e allora un'organizzazione a volte meticolosa fino all'ossessione lima queste differenze, ma a spese delle sue peculiarità e, dunque, ne sacrifica la parte che sarebbe più importante per lo sport.

Senza un’armonizzazione e un adeguato sviluppo delle qualità della persona e della mente, quindi, il talento resta una potenzialità che può diventare geniale anche nella fatuità e nell'inconsistenza. Queste osservazioni segnalano i rischi e le responsabilità che lo sport si assume quando non si rende conto di avere a che fare con un talento che spicca anche per le qualità della mente. I rischi riguardano soprattutto lo sviluppo del carattere e della mente. Il giovane ha bisogno di costatare la propria inadeguatezza e di trovare il coraggio per superarla, ma se l'adulto gli attribuisce una considerazione non realistica o gli chiede prestazioni superiori alle sue forze, non è facile che egli riesca a vedere i propri limiti e impegnarsi per superarli.

Parliamo solo dello sviluppo dell'intelligenza, che per Francesco Parenti è "la risultante di varie capacità mentali cooperanti, sviluppate dall'incontro di un substrato biologico ereditario con gli stimoli dell'ambiente e dirette verso tre compiti fondamentali: l'apprendimento, la valutazione critica e l'invenzione". il talento che si sopravvaluta perché prevale nel gioco non fa abbastanza per sviluppare anche le capacità della mente, e perde tanti stimoli essenziali dell’ambiente.

La definizione dice che l'apprendimento, la critica e l'invenzione sono gli obiettivi dell'intelligenza, ma anche gli strumenti del suo sviluppo. Al talento sopravvalutato, sia quello illusorio sia quello vero, vengono a mancare proprio quegli stimoli dell'ambiente che servono alla sua evoluzione. Rischia, quindi, di essere privato di altre esperienze formative, perché i dubbi, gli errori che fanno cercare altre vie o il doversi misurare alla pari con gli altri, senza vantaggi, ma anche senza l'assillo di dare continue conferme del proprio talento, sono essenziali per lo sviluppo. Molti di questi soggetti, in teoria privilegiati, poi, vanno incontro a gravi insoddisfazioni, fino a vere forme di disadattamento. La conclusione è che essere un talento, nello sport e altrove, può essere almeno un rischio. E che il talento anche nella mente può essere più fragile dei "normali" e assai più bisognoso di attenzione.

Nello sport, il discorso va affrontato da due punti di vista: quello che riguarda le qualità specifiche per lo sport e quello che riguarda la maturazione globale. Il primo ci sfugge, ma riteniamo che con le qualità tecniche e fisiche, servano anche quelle necessarie per vivere con profitto il rapporto con lo sport, e queste appartengono al carattere e alla mente.

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