Pillole

Nella mente c’è il ricordo, con le sensazioni fisiche e psicologiche della gara in cui abbiamo raggiunto il massimo rendimento, ...

... che, una volta evocato, si presenterà in tutta la sua completezza ed efficacia anche in quella che si sta per giocare.

C’è chi, specie il campione, lo evoca senza neppure sapere che esiste, perché è sicuro, e non è condizionato dalla paura di non farcela e da tutti gli affanni spontanei e provocati che precedono una gara. C’è, però, anche chi è stato istruito e ha imparato a evocarlo in maniera immediata.

Come lo possiamo trovare, e poi usare, perché per l’atleta diventi uno “strumento di lavoro”? È difficile senza l’intervento di un esperto. Si devono toccare tasti sconosciuti che non si sanno controllare, ma ci si può avvicinare. Innanzitutto, ci dobbiamo abituare a lavorare sui successi, e a non soffermarci a lungo, e in modo troppo emotivo, sugli errori e sulle sconfitte. Certo occorre eliminarne le cause, ma è più utile cercare di capire i meccanismi fisici e psicologici “utili” che stanno alla base del rendimento. Degli errori parliamo in gruppo con tutta la squadra, senza cercare colpevoli, ma per capire se lo erano davvero o non piuttosto dei tentativi nuovi e logici, anche se non riusciti, e facciamo trovare agli allievi le soluzioni per correggerli e trasformarli in un’iniziativa imprevista.

Poi, passiamo a ciò che si è fatto di positivo. Lasciamo che ognuno si esprima su come l'ha vissuto fisicamente ed emotivamente e confronti le sue esperienze con quella degli altri. Lasciamo, però, correre l’immaginazione. Per questo serve un clima il più possibile tranquillo e isolato da fattori esterni di disturbo, perché non si tratta di fare dei ragionamenti, ma di ricreare lo stesso ambiente mentale della gara, nel quale serve essere lucidi, intuire lo sviluppo del gioco e creare nuove situazioni. In questo modo, la condizione ottimale acquisisce contorni sempre più netti e diventa un automatismo sempre e immediatamente disponibile.

In pratica, isoliamoci da tutto, e chiamiamo ognuno a parlarne trascinando gli altri nel suo stesso ambiente mentale, in modo da sommare le condizioni positive di tutti finché ognuno avrà acquisito un'idea sempre più chiara di quella che è la sua condizione ottimale e una maggiore facilità di riprodurla in gara.

Come mantenerla viva nella gara? L'atleta che la conosce e la padroneggia può richiamarla in qualsiasi momento e mantenerla viva anche senza dedicarvi una specifica attenzione. La rievoca all'istante in tutti i suoi particolari fisici, cognitivi, emotivi e motivazionali, e questa consapevolezza gli fa iniziare e continuare la gara in una condizione di rendimento ottimale, senza inutili tensioni e paure, perché ha subito quei rinforzi e quella sicurezza che altrimenti troverebbe solo dopo alcune giocate positive.
Come rendere consapevole la condizione del massimo rendimento, che ha regole e logiche non casuali da scoprire e trasformare in strumenti da utilizzare in gara? Ci sono tecniche e percorsi specifici, che chiamano in causa l'immaginazione, i ricordi, la visualizzazione e altro, e s’imparano attraverso un training dell'allenatore e dell'atleta. Non scoraggiamoci se non possiamo farlo. Qualcosa di utile si può sempre fare abituando gli atleti ad analizzare e rivivere i momenti positivi di ogni partita, in modo da evidenziarli in tutti i loro fattori, fissarli nella mente e farli agire come un'attitudine positiva verso la gara.

Certo in questo modo non s’impara a rievocarla a comando, ma la mente in qualche misura si abitua da sola a richiamare le condizioni che le sono più favorevoli. Non le possiamo suggerire noi, perché proporremmo le nostre e non attiveremmo, se non in modo casuale e occasionale, quelle dell'atleta. E, in più, saremmo costretti a ricorrere a spiegazioni e rappresentazioni teoriche e astratte, vicine al ragionamento e incapaci di trasformarsi in sensazioni.

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