Pillole

Non tutti, nello sport, mostrano la stessa voglia e determinazione o lo stesso coraggio.

Qualcuno si tiene lontano dai “punti caldi” della gara per non essere chiamato in causa; altri si limitano a svolgere il compitino ed evitano di provare il nuovo perché si sentono inadeguati e non all’altezza; altri preferiscono affidare il gioco al compagno più vicino perché hanno paura di assumersi responsabilità; e altri, ancora, si scoprono in continuazione acciacchi o s’inventano scuse per giustificare un’eventuale prova negativa, e così si caricano di una profezia che quasi sicuramente si avvererà, perché l’insicurezza taglia sempre le gambe.

Ci sono anche quelli che reagiscono a qualche nostro errore involontario.

Possiamo, per esempio:

  • voler trasmettere volontà e coraggio a un giovane non ancora preparato o non adatto a un agonismo troppo esasperato, così da convincerlo di non essere all’altezza di un compito chiesto da un adulto, e che per questo giudica possibile;
  • Cercare di stimolare con manipolazioni: attribuendo qualità che non ci sono, cercando di sminuire gli avversari, assicurando che basta volere o essere rabbiosi per vincere ogni gara;
  • Incitare con toni di voce particolarmente perentori che impauriscono, impediscono di essere lucidi e di pensare, e quindi, invece di stimolare, intimoriscono e tolgono coraggio;
  • Presentare tutto troppo facile per dare coraggio, o troppo difficile per stimolare impegno; una giusta tensione, però, è indispensabile, e troppa paura di non farcela è un peso che nello sport toglie energie e sicurezza.

Perché un atleta, specie se giovane, a volte si tira indietro anche di fronte a situazioni che sono alla sua portata? Magari si blocca per paura di non farcela, ha soltanto difficoltà ad alzare il livello agonistico, si crede al di sotto degli altri e di non poter reggere il loro passo, oppure non è preparato a giocare con il "coltello tra i denti".

La responsabilità può anche essere nostra. Possiamo averlo frenato pure con l’intenzione di aiutarlo: gli abbiamo offerto tutte le soluzioni senza mai chiedergli di provarci da solo, non l’abbiamo preparato a pensare, regolare le forze secondo gli obiettivi, decidere e districarsi nelle difficoltà, finché siamo diventati indispensabili e disarmati anche quando ce la potrebbe fare da solo. O, ancora, cerchiamo di stimolarlo a fare come e quello che faremmo noi al posto suo, gli presentiamo una realtà diversa da quella che ha davanti, lo graviamo di giudizi esagerati, lo giustifichiamo per non abbatterlo ancora di più, o lasciamo trasparire la nostra delusione per invitarlo a reagire. Ci sembra di aiutarlo, ma in questo modo gli neghiamo la nostra fiducia, che per un giovane è lo stimolo più forte che può ottenere da un adulto.

In pratica, qualche volta siamo convinti che l'atleta sia una materia modellabile a piacere, tanto da credere di poter trasformare la paura e un’autostima incerta in coraggio, ma chi lo ha rifiuta di farsi suggestionare dagli altri. Si propone così come si sente, spinto dalla sicurezza e non dall'assillo di liberarsi da un disagio. E se il coraggio non c'è e l'allenatore glielo vuole comandare, l'allievo finisce per lottare ancora di più contro la paura di non farcela, che è la peggiore mancanza di stimoli.

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