Pillole

Quando parliamo di autostima, rischiamo addirittura di riferirci a due condizioni opposte.

L'autostima è la consapevolezza di valere, di contare e di essere in grado di realizzare i propri ruoli e obiettivi e, nei confronti degli altri, la condizione per potersi capire e collaborare con loro.

È sicurezza, ed è essenziale perché, senza una concezione positiva di sé, non si può parlare di fiducia, apprendimento, autonomia o rendimento, né di capacità di proporsi agli altri in modo costruttivo.

Noi ci stimiamo per ciò che pensiamo, decidiamo o facciamo, e perché sappiamo metterci alla pari senza disagio con chiunque in qualsiasi situazione per offrire e acquisire contribuiti. L'autostima, quindi, non può fare a meno del rapporto: se gli altri non ci stimano, non ci possiamo stimare noi; e se a volte ci illudiamo di poterlo fare mettendoci contro, significa che proviamo il bisogno di sentirci al di sopra per neutralizzare le nostre insicurezze.

Nello sport, chi manca di autostima non è in grado di impiegare tutte le proprie risorse, e reagisce di volta in volta con varie scappatoie. Rinuncia, si accontenta del minimo e non va a vedere fin dove può arrivare. Si limita a ripetere senza portare contributi e non impara, perché non si sente all'altezza, come dimostrano molti, e in tutti i campi, che non imparano per insicurezza e convinzione di non potercela fare, e non perché sono limitati.

Lo stesso avviene a chi, al contrario ma solo apparentemente, crede di averne troppa. In realtà sente di non stimarsi, e considera autostima tutto ciò che fa per procurarsela. L'esibizionista, il "montato", l'arrogante, chi non si adatta alle esigenze collettive e vuole stare sopra le regole o non mantiene gli impegni e i compiti e verso gli altri o, in genere, chiunque abbia un cosiddetto “complesso di superiorità”, in realtà non si stimano, ma cercano una via per tentare di rassicurarsi. Chi, invece, possiede autostima, cultura, sicurezza e ogni sentimento positivo verso se stesso non ha mai bisogno di dimostrarli.

Quest’argomento non può essere estraneo ai nostri compiti di educatori, ma come possiamo insegnare ai nostri figli o allievi ad aver stima di loro stessi?

Quando:

  • li stimiamo nonostante i loro limiti. C’è un concetto da acquisire. Chi non si stima non impara e non prova il nuovo, perché si ritiene incapace, teme oltre misura il giudizio, crede di non capire e gli sembra impossibile andare oltre il minimo di cui è sicuro. Chi, invece, è apprezzato per ciò che sa fare, tanto o poco che sia, ma sempre ciò che è possibile, acquisisce il coraggio e la sicurezza nei confronti dei propri limiti;
  • valutiamo gli sforzi e le intenzioni prima dei risultati. Un giovane non deve solo imparare a eseguire correttamente. Ha bisogno di esercitare l’iniziativa, il coraggio di provare anche quando non è sicuro del risultato, la capacità di scegliere le soluzioni e tante altre attitudini che fanno parte della personalità;
  • apprezziamo e valorizziamo le capacità di ognuno. Non ha significato stimolare il giovane che ha più talento solo a diventare campione. Ognuno arriverà solo dove le capacità lo permettono, e il loro sviluppo è il traguardo più appagante e il rendimento migliore, e non un’imitazione che non potrà mai riuscire;
  • favoriamo lo sviluppo e l’impiego dell’intelligenza. L’intelligenza si esprime su tre livelli che collaborano tra loro e si completano, e quindi non ha significato stimolare l’apprendimento senza sviluppare le capacità critiche e la creazione;
  • lasciamo che scelgano e decidano, ma pretendiamo una rigida osservanza dei vincoli che tale libertà comporta. Le regole non sono vincoli che limitano, ma garanzia di muoversi senza incertezze su un terreno conosciuto, di capire ed essere capiti e di ottenere l’apprezzamento degli altri, che è una delle principali motivazioni;
  • li valutiamo per quello che sono e per ciò che fanno e sanno meritare, senza regalare o togliere nulla, e non li portiamo per mano, ma li abituiamo a fare e conquistarsi le cose da soli, in modo da non dover sempre essere guidati.

In definitiva, trattiamoli semplicemente come soggetti che devono imparare a pensare, decidere e fare da soli.

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