Pillole

Secondo i nostri principi, quando si parla di talento, s’intendono il possibile campione e la quantità di talento, ...

... o almeno qualcosa di diverso che ognuno ha e non hanno gli altri.

Qui si parla del giovane particolarmente dotato, e si ricorda ancora che, per non commettere errori, non bastano le buone intenzioni e il buon senso comune.

Possiamo trattarlo da fenomeno, e pretendere che lo sia prima che possa scoprire le proprie qualità, ma in questo modo gli chiediamo più di quanto può o crede di poter dare, convincerlo di essere incapace e renderlo insicuro.

Le conseguenze, di volta in volta, sono:

  • portarlo a considerarsi non all’altezza di quanto gli chiediamo, e quindi ripetere solo ciò che è sicuro per non sbagliare;
  • credere che possa precorrere i tempi e impartirgli una specializzazione precoce, prima di sviluppare qualità come l’iniziativa non comandata, la critica per capire le situazioni, la capacità di correggersi e il coraggio per tentare anche a rischio dell’errore;
  • adattarlo a schemi comuni e imporgli un insegnamento uguale per tutti, invece di lasciargli sviluppare la sua specificità, e quindi accontentarci che esegua meglio degli altri ciò che fanno tutti, invece di lasciargli scoprire ciò che saprebbe fare solo lui;
  • accontentarsi di ciò che riesce a dare purché faccia vincere, e non prepararlo a usare tutte le proprie possibilità e all’aumento delle difficoltà;
  • lavorare sulle qualità presenti e redditizie al momento, e non su quelle ancora solo potenziali e che distinguono il campione;
  • farlo giocare per vincere oggi, e non per imparare per quando vittoria sarà il vero obiettivo dello sport. Ciò significa sacrificare le sue qualità più nobili a favore di quelle che servono per avere i risultati oggi, ma che non saranno sufficienti in seguito, perché il “fenomeno” di oggi difficilmente lo sarà anche domani;
  • usare i metodi e gli stimoli adatti all'adulto, che non rispettano i tempi dello sviluppo fisico e tecnico e procurano danni allo sviluppo della personalità e del carattere;
  • insegnargli a usare i mezzi e i trucchi che servono per vincere, invece di sviluppare e impiegare le qualità adatte allo sport;
  • offrirgli subito gli strumenti dell’agonismo adulto, e così non lasciarlo "giocare", mentre è proprio nel gioco che ha modo di scoprire le qualità di cui dispone e di provare i gesti e le soluzioni che gli suggerisce il suo talento;
  • indottrinarlo con tutta l’esperienza per farne il proprio capolavoro, senza lasciare che impari a creare da solo;
  • costringerlo a giocare per non sbagliare, invece di permettergli di esprimere tutta sua la creatività.
  • aspettarsi che produca invenzioni e soluzioni che gli altri non capiscono, fino a portarlo a non essere costruttivo per la squadra;
  • confondere l’ubbidienza imposta con la partecipazione consapevole, e formare soldatini fedeli ma privi di autonomia e incapaci d’iniziativa personale;
  • non perseguire obiettivi tecnici ma, specie nei primi anni, far usare mezzi rudimentali estranei allo sport fino a far diventare un ostacolo il talento che non si adatta;
  • formare squadre non omogenee e troppo numerose, dove il talento è scomodo perché difficile da gestire;
  • lasciarlo avvicinare dai procuratori quando è ancora quasi bambino, che significa trasportarlo in un mondo che lo confonde, incide sullo sviluppo della persona e non sa ancora assorbire;
  • non porgli limiti, concedergli privilegi e lasciargli uno spazio che non sa ancora amministrare;
  • dedicare solo a lui attenzioni e incitamenti, e in pratica imporgli di vincere da solo, e così scoraggiarlo se non riesce e stufarlo con troppe responsabilità;
  • portarlo in palmo di mano perché fa vincere, e abituarlo ad avere un apprezzamento che più tardi si dovrà guadagnare, quando avrà a che fare con tanti altri talenti.

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