Pillole

Un allenatore se ne lamenta. Sembra strano che, in uno sport nel quale conta il collettivo, e quindi occorrono collaborazione e intesa, ci sia chi non ha spirito di gruppo. 

O, forse, c'è chi fa bene tutto, e quindi anche ciò che nel gioco richiede collaborazione e intesa, ma preferisce stare solo e non vuole legami.

Chi è troppo timido per lasciarsi andare a un rapporto che gli chiede di sapersi proporre alla pari anche fuori del gioco; e chi proprio non ne vuole sapere degli altri, senza per questo essere negativo per il gioco.

Nel caso in questione è probabile che l'allenatore si riferisca al rifiuto del ragazzo di essere amico con tutti o a un certo distacco dal clima della squadra. Che fare? Tante volte niente, perché non serve e non ce n'è bisogno, ma in ogni caso facciamo di tutto per creare un clima gradevole e d’intesa.

Cerchiamo di condurre la squadra in modo che si trovino tutti a fare insieme, inventiamo schemi e attività che richiedano di cooperare e vigiliamo che sia fatto tutto ciò che serve per il gioco.

Di lì in poi, però, lasciamo che facciano come vogliono, perché si può giocare bene insieme anche senza essere per forza amici e, soprattutto, perché l’intesa anche affettiva è una scelta, e non la risposta a un comando.

Altro discorso è quando un ragazzo non ha spirito di gruppo in gara, e quindi non partecipa al collettivo e, di conseguenza, al gioco. In questi casi, possiamo trovare il timido che non tenta dove c’è il rischio, perché ha paura di sbagliare, di essere giudicato dall’allenatore e dai compagni o di non essere abbastanza apprezzato. Oppure chi è stato messo ai margini perché meno dotato o, specie tra i più giovani, chi è stato isolato o, magari, anche preso di mira dalla coalizione degli altri.

A volte, è il campioncino, arrivato pensando di poter stare sopra di tutti e di essere quasi venerato, che non si vuole adattare agli altri e alle esigenze del gioco. Oppure, il ragazzo stimolato dai genitori a fare tutto da solo per mettersi in mostra o per fare ciò che più lo diverte. In questi casi, occorre considerare che, in qualsiasi gioco di squadra, chi non si integra e non lavora con gli altri ha chiuso lo sviluppo sportivo.

Non è però sempre il caso di cercare delle colpe. C’è, infatti, chi è abituato a schemi e modi del tutto diversi o non sa ragionare con la propria testa quando si tratta di sommare le forze. Chi viene da un collettivo più evoluto e non è seguito quando esce dagli schemi comuni, anche se avrebbe molto da proporre.

C’è anche chi non s’inserirà mai, perché non è stato abituato a rinunciare a un vantaggio personale per mettersi al servizio della squadra. Chi, per carattere, non sa ragionare e sommare i contributi con gli altri, o chi reagisce a qualche nostro errore inconsapevole o di cui non ci rendiamo neppure conto perché estraneo alle nostre intenzioni. Neppure in queste situazioni è il caso di arrendersi, perché possiamo sempre cercare di capire quali sono le difficoltà che li frenano, ascoltare le loro opinioni e favorire la formulazione di proposte, organizzare l'attività in modo che si ragioni e si operi insieme, stimolare dei contributi e arrivare a scelte e soluzioni comuni. E, appena possibile, analizzare insieme la gara da giocare per preparare insieme tattica, schemi e contromisure, e quella giocata per scoprire quali sono stati gli errori e, ancora di più, ciò che si è fatto di buono. In sintesi, abituiamoli a comunicare, in modo che parlino lo stesso linguaggio anche nel gioco.

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