Pillole

Dopo il bambino da drogare, adesso arriva quello che è cardiopatico, ma deve fare carriera.

Dei genitori le hanno provate tutte, fino ad arrivare alla Commissione regionale d’appello pur di ribaltare una decisione logica, l’unica possibile, di fronte alla possibilità di veder morire il figlio su un campo di calcio.

È comprensibile, o qualche volta anche solo “umano”, che i genitori vedano nel figlio il futuro campione felice del proprio successo, ma tanti vedono anche l’investimento, il riscatto dalle proprie delusioni e da un passato sportivo mediocre, o la possibilità di essere additati come il genitore del campione. per questo lo magnificano per qualità che vedono solo loro e s’illudono di aiutarlo con le loro stesse illusioni e con stimoli che il figlio non tollera.

Dei bambini che giocano a calcio, infatti, uno su quarantamila che iniziano arriva a vivere di sport, e quelli che possono tentare davvero la sorte perché sono talenti veri li hanno già visti ben prima dei dodici anni. Qui, di solito, siamo all’età in cui società meno corrette si servono di “osservatori” per rubacchiare i giocatori migliori, o anche solo quelli che mancano per completare la squadra o quelli che servono per aumentare gli introiti.

Il bambino del nostro caso ora ha sedici anni e dimostra di essere solo un ragazzo normale, che significa vivere di realtà, nella casella dove ognuno può vincere o perdere e sentirsi sempre adeguato. C’è da sperare che sia così, perché chiedere a un bambino o a un giovane qualcosa che non può dare, significa fargli credere che non è all’altezza, farlo sentire uno sconfitto e togliergli il coraggio per arrivare a ciò che gli sarebbe possibile. In pratica, trattarlo da campione, significa fargli credere che vale cento perché arrivi almeno a cinquanta, ma per la mente è un controsenso. Da cinquanta a cento diventa un buco nero, l’insicurezza, il peso di essere sempre troppo lontano dalla misura che gli hanno imposto per essere all’altezza di una norma a volte anche delirante.

Ci sono, però, anche altre sorprese. Un figlio può rendersi conto di essere una pedina per soddisfare i bisogni di un genitore non stimabile, e allora la ribellione arriva appena più tardi, ma è scomposta, priva di misura e a volte illogica. C’è da chiedersi, per esempio, se la droga, l’evasione nell’alcol, i comportamenti dissociali e tante scelte autodistruttive non siano anche la reazione a un genitore che ha voluto usare il figlio e non l’ha lasciato crescere.

Questo ragazzo prima è stato sottoposto a un rischio intollerabile, e ora diventa una fonte di denaro. C’è da augurarsi che non abbia imparato la lezione, perché trovare vantaggi da furbacchioni significa rinunciare a trovarli con l’impegno, la responsabilità, l’iniziativa e l’ingegno.

Si dirà che ci sarà pur sempre un giudice in grado di decidere, ma non sarebbe necessario se non ci fosse chi fa di una professione nobile un mestieraccio. Il ragazzo è arrivato a sedici anni giocando e non è morto, si dirà, ma c’è da credere che, se fosse successo anche solo qualcosa di non pericoloso, lo stesso difensore di tutti i torti sarebbe passato dall’altra parte urlando alla “malasanità”.

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