Pillole

I gruppi in contrasto in una squadra poco o tanto incidono sul lavoro e, di conseguenza, sul collettivo.

Occorre fare qualcosa, ma non serve distribuire torti e ragioni e schierarsi per gli uni o per gli altri, anche perché una parte di torto l’hanno tutti.

Non serve voler mettere le cose a posto a tutti i costi cercando di non scontentare nessuno, perché significherebbe ammettere la propria impotenza, lasciare che la coalizione meglio armata prenda il sopravvento e privarsi di qualsiasi strumento per intervenire. E, neppure, serve agitarsi troppo con minacce, rimproveri o punizioni, perché chi si dimena e grida dimostra di non riuscire a farsi sentire se parla soltanto.

L’unico intervento valido, se si ha sufficiente autorevolezza, è cercare di dirimere le questioni mettendo di fronte i gruppi, senza cercarsi alleati o di non farsi nemici, in modo da portare tutti a prendere atto non tanto di avere torto, quanto di fare gli interessi della squadra, e quindi di tornare a lavorare insieme, altrimenti si lasciano troppi conti in sospeso, si autorizza la continuazione del contrasto e si prepara il terreno per vendette e ritorsioni.

Se tratta, quindi, di cambiare il clima e di trasformarlo in cooperazione, per cui, dopo una prima esposizione delle ragioni di entrambi i gruppi, è meglio è più utile agire nei confronti della squadra nel suo complesso, perché la soluzione dipende da tutti.

Se, invece, non abbiamo autorevolezza, dobbiamo prendere atto di essere noi la causa principale del conflitto, anche se a volte si ha che fare con soggetti ingovernabili, e allora ci dobbiamo rivolgere a qualcuno che abbia la competenza o cambiare squadra.

Vediamo che cosa si può fare. Se abbiamo cercato i fare bene la nostra parte e siamo convinti di essere nel giusto, spieghiamoci bene e prendiamo delle decisioni: gioca chi è utile e costruttivo, lasciando, però, la porta aperta a qualsiasi cambiamento positivo, mente chi insiste a stare dalla parte sbagliata, resta fuori.

A volte, però, sono di più quelli ingovernabili, e allora dobbiamo fare una scelta: o cedere e perdere del tutto il controllo della quadra o mantenerci coerenti nonostante corriamo altri rischi con le società e con il pubblico.

In ogni caso, teniamo conto che i clan nascono soprattutto perché è messa in discussione la leadership dell'allenatore, che diventa quindi la persona meno adatta per risolvere queste situazioni.

A volte, il conflitto è più subdolo e nascosto, e bisogna coglierne gli effetti anche fuori del campo, dove i clan "lavorano" meglio, perché ci sono più occasioni e più tempo per organizzare i tranelli anche contro l’allenatore.

Durante l'allenamento i boicottaggi possono passare inosservati o non essere subito evidenti, mentre durante la partita è più difficile fingere di sbagliare, ed è più probabile che sulle rivalità interne prevalga la voglia di vincere.

Anche in questo caso, comunque, possiamo vedere che certi gruppi giocano solo tra loro a spese del collettivo, e che certi giocatori sono presi di mira appena sbagliano o se non fanno quello che gli altri si aspettano. Non trovano intesa, e quindi non riescono a fare gioco, oppure non ricevono mai la palla o la ricevono nella maniera meno utile o, addirittura, sono boicottati nelle iniziative e vengono fatti correre a vuoto.

Si vede soprattutto che non c'è collettivo e che l'azione non segue la via più logica. Il collettivo, infatti, significa fare e pensare insieme secondo la stessa logica, aiutarsi e mettersi a disposizione, sviluppare un'idea comune, organizzare azioni e difese sapendo già prima come reagirà il compagno, e questo è impossibile se non si tira tutti dalla stessa parte.

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