Pillole

Il termine è orribile. Che cosa sarà mai la "mentalità vincente"?

È qualcosa che hai o non hai, come gli occhi scuri o la classe, oppure è una dote o una magia che fa vincere anche chi non ne ha i mezzi?

C'è chi l'ha perdente, come diceva Schumacher di un avversario, che proprio per questo non farebbe paura?

Il termine fa venire in mente un atleta che non bada ai rischi, è "caricato" sempre al massimo e spicca per un agonismo esasperato, ma nello sport è un'altra cosa, molto meno eroica e più pratica. Qui l'ha chi cerca ciò che è più utile ed evita gli esibizionismi fini a se stessi, o chi mette sempre in campo tutte le possibilità e le risorse di cui dispone.

Ma cos'è la mentalità vincente? Spesso è un'etichetta che si portano addosso un atleta o un allenatore che in passato hanno vinto molto magari solo perché l'uno era il più forte o l'altro aveva la squadra migliore. C’è chi crede sia qualcosa di simile alla temerarietà, mentre è un modo stabile della persona che mette insieme sicurezza, padronanza dei propri mezzi, coraggio di mettersi alla prova e capacità di migliorarsi, che sono qualità reali e del tutto diverse dal buttarsi allo sbaraglio per dimostrare di non aver paura.

Non nasce con noi, ma è una somma di autonomia, sicurezza, autostima e consapevolezza di sé e, dunque, si allena e si sviluppa come ogni altro tratto del carattere. E non è l'esito scontato di certi stimoli, ma un tratto stabile che parte da lontano, un modo di essere che ci accompagna senza che ne siamo consapevoli o facciamo qualcosa per stimolarlo. Certo è una qualità che si forma e gli altri ci aiutano a formarla, ma non ce la possono ordinare, né possiamo darcela noi solo perché aumentiamo l'impegno o ci promettono dei traguardi importanti. O l'abbiamo nel carattere o non l'abbiamo, e non ha senso che l'allenatore dica: "Voglio una mentalità vincente".

Non esiste neppure una ricetta sicura per produrla. Anzi, proprio quando si fa molto per stimolarla si creano situazioni vicine alla dipendenza e alla mancanza di autonomia, che sono condizioni prive di coraggio e delle risorse necessarie per vincere.

Nello sport si cerca di trasmetterla perché si crede che dipenda semplicemente dalla volontà e dall'impegno. E si fa con le parole, con qualche formula o con apposite stimolazioni, ma chi frequenta lo sport si rende conto che, spesso, proprio i tentativi per dare coraggio diventano spinte negative. Come negare le difficoltà per togliere paura o ingigantirle per stimolare impegno, responsabilità o gusto della sfida, offrire soluzioni e percorsi già tracciati o voler incoraggiare con certi incitamenti puramente formali. Queste sono manipolazioni che si riducono alla mancanza di appoggio e dei punti di riferimento necessari per rassicurarsi e, quindi, stimolo alla rinuncia.

Chi ha una mentalità vincente ha decisione, autocontrollo e obiettivi chiari: non è velleitario ed esibizionista e non cerca di "caricarsi" con comportamenti esteriori eccessivi e privi di finalità. Su un piano più pratico, si confronta con qualsiasi situazione o richiesta, tenta senza farsi condizionare dalle difficoltà o dalla paura di non farcela e, soprattutto, si utilizza sempre al massimo e di là dalla forza dell'avversario o della certezza o meno di vincere.

E averla non vuole solo dire vincere. L'hanno anche l'atleta e la squadra non di vertice che si difendono quando non possono fare di più, ma si giocano tutte le carte a disposizione, non rinunciano a priori alla vittoria e non si fanno prendere da complessi o dal sentirsi predestinati alla sconfitta. A volte la mentalità vincente può addirittura far perdere, come quando un po’ di accortezza in più potrebbe limitare i danni, ma il coraggio di misurarsi alla pari anche con l'avversario più forte e il non darsi mai per vinti diventano sicurezza di potercela fare e abitudine a imporre invece che a subire, che alla fine pagano. E diventano stimoli, perché l'allenatore che non ha paura rassicura e dà coraggio.

C'è l'allenatore con la mentalità vincente? Sono l'atleta o la squadra che gli permettono di averla: se sono più forti, se non sono stati caricati di tensioni e di paura di perdere, se sono liberi di dare quello che hanno o di giocare senza troppi calcoli e speculazioni. Dunque, l'allenatore fa quello che può, ma piacciono comunque di più quelli "coraggiosi", che inseguono il massimo o, almeno, cercano di non lasciarselo sfuggire se si presenta l'occasione. Ma anche qui, se pretendere di avere la mentalità vincente vuole dire sfidare in campo aperto chi è più forte e ti mangia, non ci siamo più, e tante volte è lecito fare i prudenti.

In definitiva, è il caso di contrapporre la mentalità vincente a quella troppo speculativa, l'osare all'accontentarsi di poco per non rischiare, o giocarsela tutta invece di cercare il minimo. Ogni atleta e ogni squadra qualche volta hanno avuto questa disposizione dello spirito, e allora non nascondiamoci: bisogna cercarla e proporla e non stare ad aspettare che arrivi per caso.

La mentalità vincente devono però averla anche i dirigenti e i tifosi. Chi se la gioca sempre tutta, alla fine ci guadagna, perché mette più forze in campo e si allena per vincere, ma a volte osando rischia di ottenere meno di quanto potrebbe con una mentalità più speculativa. Dargli subito addosso e non rendersi conto che un po’ di spregiudicatezza alla fine paga, lo riporta alla mentalità speculativa e alla paura di perdere, che non sono mai un vantaggio e, comunque, il contrario della mentalità vincente che tutti invocano.

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