Pillole

Rispetto a tempi passati, il dialogo è entrato a far parte del rapporto con i giovani, ma non per tutti vuole dire la stessa cosa.

Il più delle volte, infatti, con “parlare” si vuole dire dare informazioni o a impartire ordini con le buone maniere.

Questo non significa parlare con gli allievi né indurli a collaborare. Un vero dialogo implica il coinvolgimento di tutti nell’analisi dell’attività, nel cercare di risolvere insieme le cause degli insuccessi e di trovare le soluzioni più efficaci per far migliorare la squadra. Su un piano più pratico, vuole dire cooperare, scambiarsi contributi, mettere a confronto le diverse opinioni, e anche non essere d'accordo finché non si trova una soluzione migliore.

In pratica, per noi “parlare” significa chiamare i giocatori in causa alla pari, e per loro portare i contributi che riescono a produrre e partecipare alla loro applicazione.

Se accettiamo e sappiamo condurre il dialogo, è difficile che gli allievi non rispondano o si mettano contro, perché trovano interesse a fare insieme, obiettivi comuni e condivisi e la spinta che fa rendere al meglio in ciò che si sta facendo. Limitarsi a farsi sentire, invece, è una prassi ormai vecchia che i giovani hanno imparato a neutralizzare e, inoltre, continuare a utilizzarla può alla lunga far insorgere insofferenza, fino alla ribellione.

In ogni caso, in una squadra ci sono rivalità, piccole invidie e contrasti, e allora occorre qualche attenzione. Prima di tutto, non limitarsi a parlare perché, per avere un dialogo reale, non contano tanto le parole, quanto i modi e le intenzioni.

C'è chi, infatti, dice tantissimo anche parlando poco e chi, invece, fa discorsi chiarissimi, ma non comunica nulla o, addirittura, esprime cose contrarie a ciò che vorrebbe dire. E, soprattutto, noi sappiamo cosa vogliamo trasmettere, ma il risultato è solo ciò che l'allievo capisce effettivamente.

Gli esempi sono tanti. La stessa frase e lo stesso comportamento, per esempio un "datti da fare" detto in modo anche un po' rude, da uno possono essere avvertiti come interessamento e fiducia nelle sue iniziative; da un altro come incoraggiamento a liberarsi dalla paura di fare quando non si è sicuri del risultato, un’autorizzazione a fare che rassicura; da un altro, ancora, come un invito che non opprime. C'è anche chi, però, li può sentire come un'imposizione, un ordine troppo secco che può spingere a opporsi, come vediamo in certe forme di astensionismo, di svogliatezza, di disinteresse o, in modo quasi paradossale, nel mettere in pratica proprio quello che è stato ordinato, ma in forme meccaniche o esasperate. Non è, quindi, tanto la richiesta in sé che determina la risposta, quanto l'effetto che ha sull’allievo.

Per farci capire non ci resta che parlare come si fa tra adulti, non limitandoci a dire le cose, ma discutendo, sollecitando e accettando pareri e proposte, opponendo tutta la forza delle nostre idee quando siamo sicuri di ciò che diciamo e cambiando idea di fronte ad una migliore. In definitiva, quando parliamo insieme all'allievo e non quando gli diciamo solo le cose.

Altre volte non è facile parlare in modo pacato e alla pari, e allora i ragazzi si adattano in modo passivo perché siamo adulti. E allora, o sentono che non ci sono intenzioni punitive o giudizi, oppure accumulano tensione e motivi di risentimento.

Un dialogo privo di accenti emotivi, dove ognuno accetta i contributi e le posizioni dell'altro va sempre cercato, ma non è comunque il caso di colpevolizzarsi troppo se qualche volta si lascia trapelare un po' d'impazienza o d’irritazione. Senza esagerare, però, perché se dobbiamo farci sentire nonostante parliamo, vuole dire che non parliamo bene o che non ci sappiamo far ascoltare.

L'importante è saper "recuperare" negli altri momenti dell'attività, perché è qui che l'allievo ha modo di sentirsi apprezzato per i suoi contributi. Cerchiamo comunque di correggerci, perché un atteggiamento che aumenta il disagio e l'umiliazione negli altri è sempre negativo e, per quanto è possibile, va evitato.

In certi casi, però, anche il tono pacato può diventare addirittura negativo, specie se, di fronte a qualcosa che non va e deve essere corretto, può essere interpretato dagli allievi come fingere che non sia successo niente, un atto di disistima nei loro confronti, quasi non li ritenessimo in grado di correggersi o come mancanza di autorità o di coraggio per intervenire.

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