Pillole

Un intervento correttivo da una parte presuppone sempre una proibizione e un comando e, dall’altra, ...

... la rinuncia a un comportamento che a volte può anche sembrare lecito, ma ci sono condizioni che lo rendono uno strumento educativo.

E per me la principale è la sostituzione dei motivi che stanno alla base della trasgressione con le norme che regolano la vita adulta. Ricordiamo che trasgrediscono il bambino e l’adulto, che vogliono imporre la propria presenza: scelgono vie sterili solo perché sono quelle che propone il loro ambiente, o sono troppo insicuri o resi reattivi per scegliere quelle produttive.

La correzione non può essere imposta. Se è corretta, il cambiamento non è solo il risultato di un divieto o di una punizione, e porta a una condizione di maggiore consapevolezza e autonomia, libertà di azione, partecipazione attiva e riconoscimento da parte dell’adulto. L’allievo che comprende il motivo e l’inutilità della trasgressione e l’efficacia di un cambiamento, infatti, non ha più motivo di cercare attenzione attraverso atti improduttivi.

Non punire non significa implorare, minacciare a vuoto, sperare che ci arrivi da solo, o rinviare la correzione a quando il figlio, e difficilmente l’allievo, “sarà più grande e potrà capire”. In ogni pagina di questo sito si dice che ognuno, a qualsiasi età, è responsabile delle proprie azioni. Ovvio che la responsabilità dell’adulto è diversa, e quindi al bambino si eviterà di lasciar acquisire vantaggi dai comportamenti, o si farà in modo che ne subisca uno svantaggio al quale si può sempre sottrarre perché si lascia a lui la scelta. In pratica, a ogni comportamento da neutralizzare, ma non ancora consapevole non si cede, finché il bambino si renderà conto che non serve. Un ragazzo che voglia imporre il proprio volere in modi non accettabili, invece, deve trovare un muro, ma anche la possibilità di cambiare senza incorrere in una punizione.

Facciamo qualche esempio di conseguenze naturali alle quali non si può sfuggire. Il bambino che si fa vedere disperato davanti al negozio di giocattoli deve poterlo fare, finché capisce che non riuscirà a cambiare nulla. Quello che rifiuta ogni cibo per far vedere chi comanda, lo mangerà al pasto successivo, o a quello ancora dopo, finché la fame lo renderà buonissimo.

Nello sport, applicare delle regole è più facile, ma perché la correzione non significhi punire, occorre stabilirle prima, in modo che tutti le conoscano e le accettino. Per esempio, chi arriva in ritardo all’allenamento perché si ritiene il campioncino che può tutto, alla fine fa da solo la parte non eseguita, mentre gli altri sono già sotto la doccia. Così chi arriva tardi alla partenza per la trasferta, che non sarà mai spostata, per non creare differenze o autorizzare tutti a trasgredire. E chi ha comportamenti non accettabili in gara, che è sostituito subito per evitargli sanzioni.

Tutti questi interventi presuppongono un obbligo o una proibizione, ma non sono punizioni, perché lasciano all’allievo la possibilità di scegliere un'alternativa più efficace.

Che cosa si chiede all’istruttore

L’istruttore non può limitarsi a proibire e castigare, ma deve aver raggiunto le conoscenze, la maturità e l’equilibrio per condurre un intervento educativo. Per esempio:

  • avere la serenità e l’autocontrollo per considerare la trasgressione come un errore, il frutto di un condizionamento negativo o d’ignoranza, e mai come una colpa o un’intenzione volontariamente ostile da punire;
  • aiutare l’allievo a capire e correggersi, per non stimolare reattività e desiderio di riprovare senza farsi scoprire solo per vincerla, che così acquisisce coraggio e autostima per misurarsi su terreni costruttivi;
  • non limitarsi a mettere fine alla trasgressione, ma agire sulla personalità e sul carattere: l’allievo che capisce e arriva a criticarne i motivi e a scegliere comportamenti responsabili, appaga il bisogno di sentirsi più simile e vicino a chi lo educa, ed è portato a trasformare questa consapevolezza in un modo di proporsi del carattere;
  • non lanciare egli stesso delle sfide e stimolare, o lasciar sviluppare, comportamenti e bisogni non compatibili in seguito, fino alla vita adulta;
  • riflettere sull’errore e, quando non è una trasgressione o una sfida, accettarlo come ogni altra iniziativa, perché il giovane che non sbaglia non affronta il nuovo, e quindi non cresce;
  • poiché l’allievo che tenta di valorizzarsi contro le regole dell’ambiente manca del coraggio e dell’autostima per essere costruttivo, essere coerenti: non chiedere sottomissione, ma adottare solo interventi che vogliono incoraggiare;
  • di fronte a un comportamento da correggere, chiedersi se non si è sbagliato qualcosa o se non sia la risposta a un comportamento dei genitori;
  • non accontentarsi di “avere ragione”, di intervenire in modo logico e di stabilire che la colpa è dell’allievo: ci può essere anche un suo errore;
  • essere duttile, perché se un intervento correttivo si dimostra inefficace, occorre cambiare, ma sempre facendo pagare le conseguenze dei comportamenti;
  • non cercare di manipolare la realtà con le parole solo per avere ragione. Il bambino ne resta confuso, mentre il preadolescente e l’adolescente scoprono l’inganno e reagiscono con la disistima verso chi li dovrebbe educare;
  • non comportarsi in modo da non vedere la trasgressione di uno, perché così si perde la stima di tutti;
  • evitare gli interventi autoritari e gli sfoghi eccessivi. Subito possono sembrare efficaci, ma qualsiasi forma non misurata di coinvolgimento emotivo che dimostri ostilità, disistima e vendetta, è sempre una condizione di debolezza e una reazione scomposta a una sconfitta.

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