Pillole

Il talento fallisce più facilmente di altri meno dotati, ma solo se lo sport non lo sa formare.

Possiede, infatti, qualità intellettive che gli permetterebbero di sviluppare tutto il proprio talento, ma le stesse qualità, se ignorate, sollecitate con stimoli o in misure non sostenibili per l’età e la sicurezza o se trattate con sistemi oggi non più adatti ai giovani, facilmente lo trasformano in un insicuro privo d’iniziativa, in un soggetto incapace di collaborare e di stare nelle regole o in un ribelle ingovernabile.

I motivi derivano certo dal carattere e da ciò che lo sport non sa ancora fare per renderlo costruttivo, ma anche da tutto ciò che di maldestro si può fare su di lui. Per esempio:

  • gli si pongono aspettative irrealistiche, che alla lunga lo convincono di essere incapace, e che spesso sono le vere cause dei fallimenti;
  • si pretende che capisca e impari subito e meglio degli altri, che riesca sempre perché ne ha i mezzi, che non abbia cedimenti e vinca la partita o, almeno, faccia fare sempre bella figura;
  • è più creativo degli altri, ma se è formato senza operare sull’intelligenza perché si vuole ancora che sia un puro esecutore che ripete senza sbagliare, non impara a metterci del suo, che è la vera essenza del suo talento;
  • tutti credono di potergli attribuire le proprie motivazioni, capacità di tollerare le pressioni e forze per attuarle: si aspettano sempre di più, lo sovraccaricano di compiti e responsabilità che non è ancora in grado di tollerare o lo giudicano con un metro sempre incoerente;
  • i genitori coltivano l'illusione di avere un figlio campione, e da subito, con veri guasti sullo sviluppo non recuperabili.

Il talento subito risponde, perché sa fare meglio degli altri e questa facilità lo incoraggia, ma in questo modo clima non si allena a dare fondo a tutte le risorse e a trovare la marcia in più quando è necessario. Anche quest’impegno ridotto può essere sufficiente quando non si deve ancora misurare a livelli più elevati ma, man mano che si trova ad avere a che fare con altri ugualmente dotati, è sempre più impreparato a metterci del suo, finché alla fine si ferma o si accontenta di vivacchiare in mezzo al gruppo.

Poi si rende conto di non riuscire a soddisfare tutte le aspettative che pongono su di lui, e magari reagisce in modi che indispongono, e allora diventa il “capriccioso” ingestibile.

E alla fine potrà cedere, perché non ce la farà a tenere il passo con le crescenti esigenze dello sport e di altri magari meno dotati, ma più attrezzati a far fronte all'aumento delle richieste.

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