Pillole

Non è l’elogio dell’errore, ma un giovane o anche un adulto che non sbagliano, sia dentro che fuori lo sport, non crescono.

Durante lo sviluppo, e anche dopo, chi si limita a ripetere ciò che ha imparato e non sperimenta qualcosa di originale e imprevisto in ogni nuova situazione, mantiene in cervello a riposo e non evolve.

Oggi è ancora attuale la convinzione che assorbire informazioni già collaudate ed evitare e correggere l’errore sia il metodo più razionale per formare lo sportivo adulto, ma in questo modo si penalizzano le potenzialità vere dello sportivo, e in particolare del talento.

Le cause dell’errore

L’errore potrebbe essere casuale e non dipendere da chi lo ha commesso. Potrebbe derivare da una tensione eccessiva, da un momento d’insicurezza, da qualcosa che è sfuggito, da un’idea troppo ardita o da un’indicazione non chiara trasmessa dall’allenatore.

Dobbiamo, però, prendere confidenza con un altro tipo di errore che non è condannabile, ma, anzi, è il segno più chiaro dell’impegno, dell’iniziativa e della creatività di chi lo ha commesso. È l’errore che deriva da un’iniziativa non conosciuta, e quindi mai sperimentata, ma più funzionale delle soluzioni già provate. È la ricerca del nuovo, che richiede coraggio e inventiva ed espone più facilmente all’errore.

Come correggere?

Non basta fornire la prova dell’errore e la soluzione giusta: già la conoscono, e predispone alla rinuncia. Che cosa fare, allora?

Non cerchiamo le colpe né pensiamo subito a punizioni anche solo verbali. Non servono per evitare gli errori colpevoli, ma anzi possono procurare reazioni e desiderio di rispondere con un altro errore, e meno ancora quelli casuali. Inoltre, soffermarsi troppo sull’errore lo rende più evidente: in pratica lo “stampa” nella testa di chi lo ha commesso e ne rende più difficile la correzione.

Sdrammatizziamo, specie in gara, perché troppa emotività e il timore di commettere un altro errore rendono meno lucidi e a volte anche ostili, e dopo fanno assumere decisioni poco razionali.

Concediamo all'allievo l'opportunità di spiegare cosa voleva fare e perché non vi è riuscito, per scoprire se dietro l'errore vi fossero un’iniziativa logica o una proposta di gioco originale e imprevista che non abbiamo capito né noi né i compagni.

Non soffermiamoci sull’errore, ma cerchiamo subito quale sarebbe stata la soluzione giusta: è molto più logico muoversi su un campo “pulito” piuttosto che costruire su un errore.

Negli sport collettivi, chiamiamo in causa tutta la squadra a scoprire il perché dell’errore, analizzare le circostanze in cui è stato commesso e gli sviluppi che sarebbero stati più idonei per affrontarle meglio un’altra volta o, in un modo più moderno, per scoprire una nuova soluzione.

Che cosa evitare

La punizione, il rimprovero o la disistima rendono più evidente l’errore, perché obbligano a riviverlo mentalmente. Chi lo ha commesso sa già da solo di avere sbagliato e cosa fare per correggersi, e di sicuro non trae giovamento da un'altra umiliazione.

O magari, dietro l'errore vi può essere un’iniziativa originale e logica, ma in uno sport di squadra chi lo ha commesso deve poter cogliere il contributo che può essere offerto dai compagni, altrimenti l’errore non si può trasformare in un'idea nuova e creativa per tutta la squadra. Non lo rassicura di poter essere creativo senza dover avere inutili paure, e non abitua la squadra a rispondere in modo costruttivo alle proposte dei singoli. Non può capire se ha trasmesso un'idea confusa o incompleta che non è stata capita, oppure, alla luce dell'errore e delle soluzioni che si sarebbero potute adottare, scoprire uno schema di gioco originale o porre subito rimedio.

Un'analisi pacata dell'errore, quindi, permette di imparare qualcosa di nuovo, di allenare gli allievi a criticarlo e a trovare le alternative, e quindi, da un evento che poteva diventare un freno e paura di rischiare, di trasformarlo in uno schema ingegnoso, in una rassicurazione e in una soluzione creativa che coinvolge tutti e diventa patrimonio della squadra.

Oppure l'allenatore potrebbe trovarsi di fronte a una distrazione colpevole o a una mancanza d’impegno, e allora un urlo, un severo rimprovero o una minaccia occasionali possono essere sentiti come un richiamo che non disturba. Se, però, vi sono anche ribellione, indifferenza verso le esigenze della squadra o rifiuto delle disposizioni e della collaborazione con i compagni, bene che vada lasciano il tempo che trovano. In questo caso, però, è più facile che l'errore, sia in qualche modo anche intenzionale e serva per fargli la guerra, e allora sono necessari interventi ben più complessi e profondi.

Comunque, gli errori sono errori e non sempre è possibile trasformarli in uno spunto positivo, ma l'allenatore che si limita a urlare, a puntare il dito addosso o a considerarli una colpa, lascia vivo il problema e non aiuta l'allievo a superarlo.

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