Pillole

I genitori sempre impegnati a fare qualcosa per aiutare i figli si devono convincere che, ...

... per essere utili, prima di pensare a interventi educativi raffinati, devono evitare quelli maldestri.

E considerare che lo sport deve sì formare l’atleta che vince una gara, ma anche e soprattutto la persona che arriva a sviluppare tutte le proprie potenzialità e a rendersi adeguato alla vita adulta.

Il genitore che serve allo sport, quindi, si limita prima di tutto a essere presente, a partecipare con misura ai successi del figlio e a essere pronto a capire e stemperare il suo disagio per gli insuccessi, contento che si diverta e orgoglioso che realizzi ciò che è nelle sue possibilità.

Rispetta i suoi limiti, partecipa alla sua evoluzione e lo aiuta a crescere verso la vita adulta, ma gli offre l’aiuto che gli viene richiesto, e soltanto dopo che il figlio si è impegnato per farcela da solo. Un aiuto non richiesto, infatti, può essere non gradito quando il figlio si sente abbastanza sicuro almeno per provare, un atto servile che fa perdere la sua stima, una manipolazione per avere in cambio gratitudine o, addirittura, un ricatto perché arrivi a soddisfare le illusioni e i sogni che lui non è riuscito a rendere concreti.

Cerca di conoscerlo e capirlo per le qualità, le intenzioni, le motivazioni, gli obiettivi, i desideri e i bisogni, in modo da rispettare i suoi limiti e non esporlo agli insuccessi e alle delusioni. E lo aiuta a scoprire tutte le proprie potenzialità per portarle a uno sviluppo completo, che è la condizione di massima efficacia e soddisfazione ovunque.

Lo apprezza per ciò che riesce a fare, e anche solo per le intenzioni di farlo, e così gli offre sicurezza, perché si aspetta solo ciò che è possibile e in questo modo non lo mette nella condizione di sentirsi inadeguato e incapace. Non offre soluzioni facili e definitive, perché le conoscenze solo assorbite senza il concorso di tutti i livelli dell’intelligenza, che sono l’apprendimento, la critica e la creazione, non sono mai del tutto acquisite e, soprattutto, non arrivano a costituire la base culturale per nuove soluzioni creative.

Evita difese interessate e qualsiasi forma di protezione, che significano ritenerlo sempre bisognoso e non all’altezza di ciò che dovrebbe fare e, in definitiva, umiliarlo e dirgli, pur in buona fede, di non stimarlo.

Lo apprezza nonostante i limiti e gli errori, perché non considera lo sport e il figlio mezzi facili per risolvere le proprie insoddisfazioni. Lo sport, infatti, è uno straordinario strumento educativo per far crescere la persona e, dove è possibile, per formare il campione, e questo basta per farlo arrivare agli obiettivi che gli sono possibili.

Sa mantenere lo stesso rapporto di fronte ai successi e alle sconfitte. Se è il caso, ne parla, ma in modo obiettivo e veritiero, per aiutare il figlio a stemperare la delusione, offrire la propria opinione e fornirgli solo l’aiuto necessario, e non per rimproverarlo e per smaltire la propria delusione.

Usa messag­gi chiari e valutazioni realistiche. Le valutazioni in eccesso sono destinate a cadere alla prova dei tempi e delle misure, e alla fine determinano due effetti ugualmente negativi. Il figlio scopre il bisogno del genitore, perde stima nei suoi confronti e approfitta per ottenere privilegi. Oppure ci crede, e deve prendere atto di non essere all’altezza di aspettative che crede ragionevoli, e allora si scoraggia, e paga portandosi dietro, anche nella vita adulta, la convinzione che il fallimento nello sport e fuori sia la prova di essere incapace e inadeguato.

Le valutazioni in difetto per “stimolare l’orgoglio” e convincere a superare tutti i limiti, invece, ieri potevano essere efficaci perché il genitore era una figura non discutibile, mentre oggi sono tentativi troppo ingenui per sortire qualche effetto. Oggi il giovane, anche per colpa di un genitore deluso e incapace di negare quando è il caso e di proporsi come modello propositivo, arriva a considerare valide le proprie opinioni e a poter decidere quando non ha ancora sviluppato le facoltà critiche per essere costruttivo. In pratica, ha troppe gratificazioni gratuite per sentire queste chiamate all’orgoglio e a un impegno che non paga subito.

Gli insegna a competere sulla base delle proprie capacità e azioni, anche quando sarebbe più facile indicargli vie traverse. È un errore spingere il giovane a usare mezzi furtivi, sleali e privi di valenza tecnica solo per vincere oggi. Ogni gara deve servire per imparare a vincere più tardi, quando la vittoria sarà l’obiettivo, mentre i trucchi, le furberie, la violenza, l’aggressività scomposta e la slealtà impediscono la scoperta e lo sviluppo dei mezzi tecnici che gli serviranno in futuro, che sono gli strumenti dello sportivo adulto.

Si comporta da educatore anche nello sport. Innanzitutto, dà e chiede per quanto il figlio sa capire e rispondere, ma lo fa secondo principi che saranno validi anche nella vita adulta. Lo educa al rispetto e alla collaborazione, lo spinge ad accettare la risposta della realtà senza cercare scuse o responsabili dei suoi insuccessi. Lo esorta a sentirsi libero di creare per il vantaggio collettivo e, anche lui come l’allenatore moderno, accetta e valorizza le sue opinioni e lo valuta per l’impegno e le intenzioni prima che per i risultati. Accetta tutto ciò che è corretto e produttivo, ma pretende che assuma tutte le responsabilità delle proprie azioni. Si adatta all’età, alle capacità e al desiderio d’iniziativa, e non lo tratta in modo diverso da come si propone con gli altri. Stimola un contatto armonico e cooperativo con l’ambiente e in particolare con l’allenatore, che bada a non disturbare mai nelle sue competenze. Accetta che la sua presenza sia necessaria solo quando i suoi contributi sono indispensabili. E, per chi credesse che in questo modo rinunci a essere autorevole, ha il massimo di autorità, perché sa ottenere senza bisogno di comandare.

A questo punto, si potrebbe pensare a un genitore privo di autorevolezza e sempre disposto a giustificare, ma non è così. A parte che un figlio che si sente capito si rivolgerà sempre a lui quando ha bisogno di un aiuto, l’educazione non può più essere permissiva o, al contrario, dispotica e punitiva. Il genitore che serve fuori e dentro lo sport non punisce, ma fa pagare le conseguenze dei comportamenti non accettabili e gli impedisce di eludere i doveri e i compiti che gli spettano. Questa non è punizione ma addirittura un atto di stima verso il figlio, perché gli lascia la possibilità di scegliere tra una trasgressione e un comportamento responsabile. In questo modo lo ritiene in grado di tollerare le logiche conseguenze dei propri comportamenti ed errori, e quindi di porvi rimedio, ma intanto pretende che osservi tutte le regole che fanno parte del­lo sport e rispetti il ruolo e i contributi degli altri, e gli impedisce di eludere i compiti e i doveri che gli spettano.

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