Pillole

Ci sono due tipi di crisi: quella quasi fisiologica, spiegabile, e quella momentanea, che può capitare per tanti motivi.

La prima avviene durante lo sviluppo, quando tanti ragazzi hanno mutamenti vistosi del carattere, perché avvertono più del dovuto i cambiamenti dell’ambiente, dalla scuola, alle amicizie fino a coinvolgimenti sentimentali ai quali non sono ancora preparati.

Il cambiamento rapido del fisico, poi, può rendere goffi e graziati i movimenti, alterare l’immagine di sé e creare addirittura veri complessi, per fortuna di solito provvisori.

In questi casi, non preoccupiamoci troppo, anche se occorre adottare delle cautele:

  • innanzitutto, tranquillizzarli: basta informarli che il disagio è passeggero e legato allo sviluppo e al cambiamento dei rapporti con l’ambiente;
  • non ignorare le loro difficoltà e mostrarci delusi per il calo d’impegno e di rendimento;
  • non colpevolizzarli come se la causa dipendesse da mancanza di applicazione, disinteresse o assunzione di brutte abitudini;
  • volerli aiutare solo spingendoli a dare di più;
  • credere che umiliandoli sopperiscano con maggior impegno.

Queste crisi forse non sono evitabili, ma ne possiamo prevedere gli sviluppi e attenuare gli effetti, e qui entriamo nel nostro discorso, dello sport come strumento dell’educazione.

Abituiamoli a:

  • guardarsi dentro e a capire i perché dei turbamenti e degli sconforti;
  • confrontarsi tra loro, in modo da non sentirsi soli ad affrontare dubbi e difficoltà che magari sono tali solo perché ancora non li comprendono;
  • nello sport, a dare sempre tutto quello che hanno, tanto o poco che sia, senza farsi condizionare dalla vittoria e dalla sconfitta o dal momento più o meno felice.

Come istruttori, dopo esserci spiegati, facciamoli giocare come gli altri, anche se vinceremmo di più lasciandoli fuori. Qui parliamo di giovani, e a questo livello l’obiettivo non è vincere tutte le partite, ma formare la persona che saprà giocare, vincere e vivere meglio in futuro.

Le crisi momentanee, invece, possono coinvolgere magari tutta la squadra e sembrare inspiegabili.

E allora, occorre andare a cercare le cause. La prima potrebbe dipendere da noi, come non avere avvertito tensioni o disagi pronti a manifestarsi, oppure avere commesso qualche ingiustizia o esserci proposti in modi che li hanno fatti reagire e resi ostili.

In questi casi è probabile che abbiamo trascurato qualcosa o fatto qualcos'altro che li ha messi in difficoltà. Quindi, prima di pensare a una soluzione pronta, che di solito è inefficace, andiamo al cuore dei problemi. E, se siamo stati noi a creare il caso o a non prevenirlo, risolviamo prima i nostri errori, o magari aggiorniamoci, altrimenti dubito che siamo in grado di trovare la soluzione.

La crisi può anche essere solo cosa loro, come capita ad esempio in momenti particolari che rendono insicuri per uno scadimento di forma o per una mancanza di risultati. Cerchiamo insieme i perché e le contromisure, creiamo un clima di lavoro in cui si parli, i giocatori chiedano e si spieghino, s’indaghi e si cerchi di risolvere i problemi che stanno dietro la crisi. Se sono interessati meccanismi particolarmente delicati e complessi, non sempre basta, e allora chiediamo un aiuto esterno.

In ogni caso, in un clima nel quale è naturale parlare, chiedere aiuto, esporre i problemi e cooperare nel risolverli, è facile che troviamo le spiegazioni e la soluzione. E intanto stiamo attenti alle richieste "mascherate", a tutti quei segnali di malessere che si possono osservare prima che scoppi la crisi, perché se c'è un buon clima di lavoro i giocatori in un modo o in un altro ci fanno capire che hanno bisogno di aiuto.

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