Pillole

È da quando m’interesso della testa nello sport che sento dire: “È andato sopra i propri mezzi”.

Poiché è una legge della natura non poter dare più di ciò che si ha, credo sia più opportuno dire: “Finalmente è riuscito a dare tutto quello che ha”, che non è ancora giusto, perché chi ci aggiunge ogni giorno qualcosa, potrà dare ancora di più.

Facciamo alcune considerazioni.

  1. Che significato ha far ripetere oggi quello che si sa da sempre? La formazione è un tempo in cui si deve imparare ciò che non si conosce, e non solo ripetere che si sa già o preparare marchingegni per vincere oggi. Ogni partita dovrebbe servire per imparare a vincere quando la vittoria sarà il vero obiettivo dello sport.
  2. Non creiamo inutili tensioni per stimolare più impegno, perché nella nostra gara più bella eravamo euforici, entusiasti, sicuri e liberi dalla paura di sbagliare o non di riuscire. Era la sintonia piena tra mente e corpo, “la forma” ottimale, di cui nella mente abbiamo il ricordo, difficile da scoprire, ma ancora nitido e utilizzabile. A questo proposito, ci possiamo fare una domanda: “Quanto, della forma dipende da fisico e quanto dalla mente?”. O meglio: “È possibile senza una sintesi di entrambi?”
  3. Perché uno sportivo arrivi al rendimento medio, non occorre fare nulla, perché lo sa fare senza di noi. Serve farlo andare oltre, dove lavora l’ingegno, che è qualità del tutto personale, e dove ci può arrivare soltanto da solo. In pratica, per riuscire nello sport serve il talento, ma se non ci aiutano a imparare a usarlo, e quindi senza l’intervento dell’ingegno, è poca cosa.
  4. E se considerassimo “talento” non solo la capacità di far muovere meglio le braccia e le gambe? Teniamo conto che più andiamo verso il talento, più aumentano le capacità della mente. E allora, perché non considerare talento la capacità e il coraggio di provare il nuovo, la creatività, l’originalità e la fantasia? O il gusto per andare a vedere che cosa si può ancora fare e la costanza, che non sono fatica o sacrificio ma piacere di scoprire e di scoprirsi per essere sempre più padroni del nostro talento? E queste qualità non hanno tanto bisogno di essere allenate quanto di essere lasciate libere di esprimersi, perché soddisfano le nostre motivazioni più pressanti.
  5. Che cosa fare per andare oltre? Creiamo ogni giorno qualche situazione nuova o un quesito concreto da risolvere da soli, e poi applichiamo anche le loro soluzioni, in modo che sentano di contare per ciò che sanno produrre. Stimoliamo dubbi e curiosità, perché sentano il piacere di andare oltre e fin dove è possibile. Non diamo mai nulla di accertato e definito, perché l’ingegno e il desiderio di sapere e di conoscere riescono sempre ad aggiungere qualcosa.

 

La conclusione: dove lavorano il talento e l’ingegno dell’allenatore? In quella zona che sta tra il rendimento medio e la prestazione massima, perché è qui che si esprimono le vere capacità del talento.

Possiamo dire, quindi, che la prestazione massima è la normalità, non un qualcosa in più, mentre quando si sta sotto manca qualcosa, ed è lì che lavora l’allenatore che cerchiamo.

Un monito. Bisogna formarsi, e senza timori, perché quando si ha interesse e vuole tutto è facile. Nello sport, invece, troppi si sentono già “imparati”, proprio come chi si considera un chirurgo per aver subito otto operazioni.

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