Pillole

Insegnare non è solo fornire informazioni.

E non è un processo freddo, perché la capacità di guadagnare la disponibilità a imparare è più importante della qualità stessa dell’insegnamento.

È soprattutto insegnare a imparare. Facciamo un esempio. Quando i nostri figli ci chiedono di aiutarli a risolvere un problema di matematica, non facciamogli vedere “come si fa”, perché così lo risolviamo noi. Assistiamoli mentre ci provano, quasi come lo dovessero spiegare a noi. Sicuramente hanno già qualche soluzione, perché la scuola, a differenza di ciò che tante volte fa lo sport, pone richieste adeguate all’età e alle possibilità degli allievi. Quando si arenano, non diamo la soluzione, ma discutiamo solo delle premesse e dei percorsi per trovarla, diamo solo le indicazioni perché si costruiscano i passaggi che non possono ancora conoscere e, quando avranno capito attraverso il loro ragionamento e non il nostro, arriveranno da soli alla soluzione.

In questo sistema c’è sempre un po’ di manipolazione, ma ne vale la pena, perché il risultato vero è l’acquisizione della consapevolezza di saper imparare. L’allievo, infatti, in questo modo percorre e acquisisce tutti i passaggi verso la soluzione, può scoprire percorsi originali e creativi, ci vive come compagni di viaggio e non come maestri inarrivabili e, fondamentale, possono rendersi conto di essere arrivati da soli alla soluzione. Che non perderanno più, perché ne conoscono tutti i passaggi.

Creiamo la stessa situazione nello sport, dove non si deve arrivare tutti alla stessa soluzione, ma a quella possibile al talento di ognuno, ed è quindi è più importante scoprire ciò che non si conosce piuttosto che esercitare le qualità comuni.

Possiamo partire da una situazione della gara, addirittura da un'iniziativa sbagliata, analizzarla insieme e correggere gli errori, moderare le soluzioni azzardate, aggiungere ciò che è mancato, trovare altre possibilità e creare schemi nuovi.

Oppure proporre qualcosa di nuovo e lasciare che gli allievi trovino i percorsi più appropriati per raggiungerlo.

Oppure, ancora, porre un quesito pratico e ascoltare le varie voci.

In tutti questi casi, avremo la possibilità di conoscere gli allievi e di sapere che cosa possiamo chiedere e aspettarci. E poiché non si tratta, come a scuola, di arrivare alla soluzione prestabilita che l’insegnante conosce, ma di raccogliere quelle originali che, specie i talenti, sanno proporre, ecco che avremo la possibilità di imparare noi dagli allievi.

Ricordiamo che oggi, e in ogni campo, chi sa solo proporre se stesso sempre uguale e non fa evolvere le conoscenze che possiede, è superato e agisce da freno sul talento degli allievi.

Che cosa produce questo modo d’insegnare?

  • In un gruppo stimola l’emulazione e, di conseguenza, la creatività di tutti.
  • Le opinioni e le scoperte del singolo diventano patrimonio di tutti, anche dell’allenatore.
  • Coinvolge i timidi e gli esclusi,
  • Si acquisisce sicurezza, perché si ragiona su delle ipotesi, e non si cercano solo verità.
  • Si perde la paura di sbagliare.
  • Si conosce il modo di operare dei compagni e impara a ragionare insieme.
  • S’impara a correggere gli errori durante la gara, e si perde la paura di sbagliare.
  • Si sa che in gara non si è mai soli
  • Produce il collettivo senza bisogno di altri interventi.

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