Pillole

Su un campetto di periferia si sta giocando una partita tra bambini di 9-10 anni.

L'allenatore corre avanti e indietro seguendo tutte le azioni, e i bambini, in un campo troppo grande per loro, almeno all’inizio sono schierati in perfetto ordine, ognuno nel proprio ruolo, con compiti ben precisi. 

Da lontano sembra che li inciti e li incoraggi, ma in realtà dirige il gioco urlando a ognuno la giocata che deve fare. Urla anche a tre contemporaneamente, e neppure da fuori si riesce a capire a chi si stia rivolgendo. È velocissimo, ma a volte non riesce a seguire l’azione, e allora urla a squarciagola cercando di superare gli sfottò del pubblico avversario.

Può sembrare all’avanguardia, perché da tutte le soluzioni, ma non è così. Prima di tutto, perché dà le proprie, perpetuando all’infinito quelle che hanno dato a lui da bambino, la cosiddetta “inerzia dei modelli di comportamento”, che si trascinano all’infinito senza nessun apporto creativo.

E poi, perché va contro principi di cui non si parla, ma sui quali occorrerebbe riflettere:

  • il gioco è intuizione, creatività e messa in atto istantanea. È un lampo, mentre aspettare l’ordine senza progettarsi l’azione, significa mettere in moto il ragionamento, che in campo è toppo lento per essere efficace. Noi abbiamo un cervello che a destra crea e intuisce, in modo impreciso si potrebbe dire l’arte e l’ingegno, mentre a sinistra pensa, fa procedimenti logici e ragiona. Entrambe le funzioni sono essenziali, ma non vanno confuse;
  • il talento, e ognuno un po’ ne possiede, si manifesta nell’attimo in cui lo deve usare per neutralizzare un’azione pericolosa o per proporre una soluzione creativa e inattesa. In quell’attimo, l’atleta deve essere del tutto lucido per seguire la propria intuizione, mentre l’allenatore e chiunque altro intervenga nello sviluppo della decisione, è un fattore di disturbo che deconcentra. Il talento, poi, è di chi lo possiede, e produce soluzioni personali, mentre l’allenatore può solo suggerire le proprie;
  • lo sport non è esecuzione e schemi pronti solo da applicare. La natura ci ha dotato di strutture nervose che ci permettono di prevedere e anticipare cosa faremo noi e gli altri, e quindi di capire lo sviluppo di ciò che sta avvenendo e di ciò che vogliamo far avvenire. Questo non lo può fare l’allenatore, ma solo chi sta vivendo la situazione e prende le contromisure, o la crea per mettere in difficoltà l’avversario. Per questo servono l’abitudine a prendere iniziative da soli e a fare, a ragionare insieme ai compagni di gioco per conoscersi e prevederne le azioni, a provarne di nuove sapendo di essere capiti e ancora altro. L’allenatore che vuole dirigere l’orchestra ha una testa sua e una visione personale di ciò che sta avvenendo e tempi di reazione diversi, e con i suoi interventi ostacola un processo che nella situazione che sta avvenendo gli è estraneo. Ne parleremo ancora, ma intanto proviamo a dare un nome a questo modo di operare nello sport.

Proviamo a immaginare che cosa pensa un bambino che deve suonare la musica di un altro:

  • Bambino 1: non ho sentito bene, e adesso cosa faccio?
  • Bambino 2: a me non ha detto niente. Aspetto.
  • Bambino 3: io vorrei fare un’altra cosa, ma è sbagliata, perché non me l’ha ordinata lui.
  • Bambino 4: sarebbe meglio fare un’altra cosa, ma lascio stare, perché si arrabbierebbe.
  • Bambino 5: ma perché non sta zitto e non mi lascia giocare?
  • Bambino 6: io sono quello che fa i gol, e faccio come voglio.
  • Bambino 7: meno male che c’è lui che mi dice sempre cosa devo fare. È l’ultimo, perché la squadra è di sette giocatori, ed è il più sfortunato, perché prima o poi dovrà anche fare da solo.

La stessa squadra, rivisitata per curiosità durante un allena­mento, mostra un'operosità organizzata e ben distribuita. L'allena­tore spiega, richiama all’attenzione, attribuisce compiti assai complessi e "responsabiliz­za". Alcuni bambini continuano a ripetere lo stesso esercizio, altri sono in fila, attenti a ciò che dice l'allenatore, che spiega “sovrapposizioni”, “ripartenze”, “raddoppio di marcatura” e schemi da serie A. Osservano un compagno, di sicuro il più dotato, impegnato in un esercizio non complicato, ma da eseguire con precisione.

Quando sembrano aver capito, lo ripetono, uno per volta, mentre gli altri osservano. Non ce la fanno, però, a stare attenti. Dopo un po' alcuni chiacchierano, altri si scalciano, altri ancora guardano altrove. L'allenatore li richiama, ma con scarso successo.

Quella descritta è una tipica scena d'insegnamento intensivo e di specializzazione precoce, ma il bambino non possiede ancora le facoltà necessarie per assimilare in maniera critica e personale ciò che gli viene insegnato. Ha bisogno di essere libero di seguire la fantasia e la creatività, in pratica di giocare, perché non ha ancora chiaro che cosa sia un lavoro.

Una specializzazione precoce e lo sviluppo di quelle qualità che servono a vincere subito sono la causa di tutti quei giocatori in miniatura, incapaci di imparare, che si arrestano non appena la formazione inizia a chiedere evoluzione e apporti personali. Oppure di tutti quelli che rimangono in miniatura anche da adulti.

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