Pillole

Essere un talento non significa arrivare sicuramente al grande sport, ...

... e i pochi che arrivano in una società importante devono fare una formazione che trattiene solamente i migliori, ma perdere il vantaggio di essere il più importante e adattarsi a essere uno del gruppo.

Il confronto con compagni altrettanto dotati di buone capacità tecnico-fisiche ripropone nel ragazzo quei sentimenti d’inadeguatezza e incompletezza che nell’infanzia erano mascherati dalla miglior dotazione. È il momento in cui il talento ha bisogno di qualcuno che lo incoraggi e sdrammatizzi gli inevitabili insuccessi, che non crei insicurezza con aspettative sproporzionate e non lo carichi di nuove illusioni. Altrimenti può mettere in dubbio le proprie capacità evitando di utilizzarle, e rischia così di andare incontro a un periodo di regressione tecnica e psicologica talvolta anche irreversibile.

I genitori disponibili a un incoraggiamento realistico e alla responsabilizza­zione dei figli circa l'uso consapevole delle proprie possibilità, però, non sono tanti. Sono, invece, molti quelli che li opprimono con nuove illusioni, come quella troppo abituale di possedere capacità inesistenti. Ogni qual volta la realtà non coincide con le aspettative, poi, è frequente accusare più o meno apertamente l'allenatore d’intenzioni persecutorie e d’incompetenza nell'insegnamento. È difficile che il talento abituato a un’autostima non realistica riesca a svincolarsi da tali illusioni e manipolazioni, e quando avviene, i casi sono due: o si ridimensiona magari fino a considerarsi incapace, o scopre la manipolazione e perde fiducia nei confronti del genitore.

Se l'impatto del talento con lo sport nell'infanzia era stato favorito dalla differenza di forze con i compagni, l'ingresso in quello che conta gli pone difficoltà alle quali non sempre è abituato. Non si può più sbizzarrire in trovate creative e deve adattarsi a schemi e compiti molto più rigidi ancor prima di avere mostrato le proprie caratteristiche fisiche e intellettive. Il disagio, poi, è accresciuto dall'abitudine, coltivata nell'infanzia, a giocare secondo intuizioni rivolte più alla ricerca del divertimento che dell'efficacia. Il ra­gazzo, quindi, prima d'essere conosciuto e poter mostrare le proprie capacità, viene adattato a uno standard comune che, di necessità, lascia poco spazio alla fantasia, mentre più tardi deve imparare abilità tecniche che non sempre coincidono con le sue potenzialità naturali.

Non scandalizziamoci. La formazione ha obiettivi obbligati di uniformità, anche se ricercata troppo spesso a svantaggio delle caratteristiche individuali. Il fattore errato non è, quindi, l'obiet­tivo, ma il complesso degli interventi per raggiungerlo. L'unico modo razionale è riconoscere e favorire nello sviluppo l'abilità individuale e portarla ad armonizzarsi con quella di tutti gli elementi della squadra.

Il talento patisce più degli altri questo tipo d’insegnamento, che è causa di crisi a volte difficili da correggere. Soffre il gioco inteso come capacità di realizzare un comando spesso estraneo alla creatività del singolo, la valutazione in base all'apprezzamento sog­gettivo dell'allenatore e l'impossibilità di modificarla con il dialogo e il freno all'iniziativa personale fuori dagli schemi che gli sono imposti.

L'ingresso e la vita nel grande sport dipendono anche dalle tendenze dei ragazzi a configurarsi in alcune tipologie. Ci sono quelli che si adattano più rapidamente e quelli che hanno doti tecniche più spiccate, che gratificano maggiormente l'allenato­re e ricevono riconoscimenti a volte oltre i meriti reali. Questi possono fruire di una maggiore libertà e tentare, se ne sono in grado, di offrire un'interpretazione personale al proprio ruolo senza rischiare d'essere considerati non idonei.

Quelli che non si sentono sufficientemente apprezzati fino a non confi­dare nelle proprie risorse, e convincersi d'essere dei meccanismi misteriosi in grado di funzionare soltanto se portati per mano dall’allenatore.

Quelli che mantengono la convinzione dei propri mezzi nonostante i giudizi negativi, invece, possono acquisire il vantaggio di saper competere anche in situazioni sfavorevoli o, al contrario, sviluppare cariche reattive che li rendono incostanti e non in grado di raggiungere i livelli possibili al loro talento.

Quelli che confidano più sulle proprie capacità che sui giudizi che possono ricevere, che hanno le carte in regola per non patire le pressioni dell'ambiente. È una categoria in espansione, poiché il ragazzo di oggi si muove con disinvoltura maggiore rispetto a quello di epoche precedenti anche in ambienti sconosciuti e difficili.

E quelli, infine, che scelgono una falsa acquiescenza per conquistarsi una considerazione privilegiata. Nello sviluppo, quando mancano ancora garanzie personali, l'affidarsi a qualcuno che decide tutto è rassicurante e non incide ancora sull’autostima. in seguito, però, quando il giovane ha bisogno di sentirsi apprezzato per meriti reali e non accetta più di valere solo in base al giudizio altrui, il rapporto diventa umiliante e lo lascia impreparato a fare da solo, e sicuramente non recupererà l’autostima con le varie forme di ostilità e di ribellione.

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