Pillole

Dopo un tempo nel quale sono prevalsi valori e comportamenti collettivi e non sempre c’è stato l'impegno per renderli concreti, ...

... ora si dice che al giovane mancano motivazioni, iniziativa, responsabilità, interesse per l”altro” e modelli credibili cui fare riferimento. C’è anche del vero, ma crederci e rassegnarsi sarebbe pessimismo educativo che rifiutiamo. E poiché con il nostro progetto vogliamo “usare” la famiglia, la scuola e lo sport per proporre un’evoluzione culturale dell’educazione, proviamo a prospettare delle soluzioni. Resti l’interesse collettivo, che è segno di civiltà, ma insieme vogliamo rivalutare gli obiettivi individuali e una ricerca più responsabile di funzionalità e autorealizzazione.

Non a caso si parla di genitori, scuola e sport. Non si può generalizzare, ma oggi abbiamo perlopiù un bambino che ottiene troppo senza dover fare nulla per meritarlo e conquistarlo, e un giovane che si adatta senza acuti d’ingegno a un mondo privo di fantasia, già prestabilito e pronto a esaudire. Il bambino accetta, perché una cultura che gli consente di essere un protagonista che vuole, chiede e decide, anche se non può ancora essere costruttivo, soddisfa il suo egoismo, che è naturale e va moderato, e non certo favorito come oggi avviene.

Non possiamo, però, incolparlo, perché risponde nel modo più naturale a un errore educativo. Lo abituiamo a volere con una cultura del “tutto, subito e senza sforzo e responsabilità” che, sul modello adulto che prevale, porta a ignorare i tempi dello sviluppo e, addirittura, lo sviluppo stesso. Pensiamo al controsenso di dare tutto pronto per evitargli sforzi e dispersioni in fatiche inutili. Sicuramente è amore per i figli, ma sotto c’è un sogno irrazionale: fargli saltare tappe dello sviluppo, evitargli iniziativa personale, conquiste e prove come fossero inutili. Stando nella metafora, li vorremmo preparare perché si possano librare in volo verso obiettivi importanti senza fastidi inutili, ma senza curarsi che ne abbiano le forze, le attitudini, il desiderio e, soprattutto, l’allenamento e l’abitudine.

Stando nello sport, è come se lo facessimo riposare tutta la settimana perché sia riposato e pieno di forza la domenica. Intanto, però, pretendiamo che vinca subito, e in questo percorso lo costringiamo a usare mezzi non propri e sotterfugi a spese della scoperta e dello sviluppo delle qualità individuali.

L’illusione che costruirgli la felicità, liberarlo dai compiti e tentare di conquistare l’impegno soddisfacendo e anticipando qualsiasi richiesta lo prepari per il grande lancio contiene un altro equivoco: gli soffoca il desiderio, che oggi è forse la motivazione di cui avrebbe più bisogno.

Il giovane ha debolezze e problemi: occorre trattarlo con cautela. È ambivalente e incerto. Imita e, intanto, cerca l'autonomia. Vive molte esperienze formative, ma anche molti dubbi. Appare sicuro e consapevole, ma rischia sempre di non sapersi riconoscere in una precisa identità. Ha un bisogno sicuramente accresciuto di affermarsi e di attirare su di sé l'attenzione, ma ha a che fare con un ambiente meno disponibile a concederla e non è mai sicuro di riuscire. Sente opprimenti le norme dell'ambiente, ma intanto ha paura quando si trova privo di riferimenti.

Rispetto all'adolescenza dei suoi istruttori, ha più interessi e occasioni per confrontar­si e per esprimere le proprie opinioni e una più ampia libertà di decidere e di agire. Questo gli offre una visione più concreta del suo ruolo e dell'ambiente, ma proprio questa ricchezza di opportunità può trasformarsi in una causa di confusione o d’incertezza. Ha un maggior numero di desideri e, quindi, di bisogni e di opportunità per realizzarli, ma deve anche rispondere a un maggior numero di attese. Ha difficoltà a decidere, ma non serve fornirgli delle soluzioni. Occorre aiutarlo perché possa sentirsi all'altezza di ciò che deve fare e possa affrontarlo da solo. Vive più esperienze, ruoli, climi e modelli ai quali fare riferimento.

Per questo ha più necessità di una guida coerente, che sappia soddisfare, allo stesso tempo, il bisogno di autonomia e la necessità di chiare regole dentro le quali sentirsi libero di creare. È ambizioso e non sempre attento alle esigenze degli altri. Lo sport, come può essere educativo quando impone di far fronte con le proprie forze o di integrarsi e cooperare per raggiungere gli obiettivi, se proposto con metodi non adeguati può stimolare un individualismo non produttivo e un'aggressività non controllata, o favorire un solo interesse a spese di altre esperienze formative.

Ma, nel gran numero di richieste e d’impegni, il giovane corre maggiori rischi di appagarsi di gratificazioni o di successi parziali, ma sempre a portata di mano, e di non trovare le motivazioni necessarie per rendere concreto il singolo interesse, compreso lo sport. Questa incertezza fa pensare che, spesso, neppure il successo, specie se presentato come un obbligo o un miraggio troppo lontano, possa essere una motivazione sufficiente. La capacità di progettare e di inseguire obiettivi lontani, infatti, è una facoltà che arriva abbastanza tardi, con dell'adolescenza, e non ha significato pretenderla prima. Inoltre, se nel bambino non ha alcun effetto, più tardi il miraggio di un successo troppo lontano può essere vissuto come irraggiungibile o, peggio, ritenuto certo, tanto da credere di possedere quanto basta per poterlo raggiungere.

Qualcuno pensa a nostalgie verso “i tempi di una volta”? Possiamo dire che erano migliori, perché vissuti con entusiasmo dell’adolescenza, ma non facciamo semplificazioni: la cultura cambia, ma le conquiste migliori restano valide e altre si conquistano. Non stiamo quindi parlando di una cultura di ieri e di un’educazione rigida, ma della cultura di tempi tanto futuri da sembrare irraggiungibili.

Che cosa fare per spingere il giovane a risvegliare le motivazioni e tornare a fare progetti?

Diamogli riconoscimenti concreti per le sue capacità e per quanto fa per meritarli, senza offrire tutto come fosse gratuito. Il giovane ha necessità di imparare a trovare da solo le soluzioni di cui ha bisogno e a non fuggire nessuna situazione o difficoltà che possa affrontare e risolvere con le proprie sole forze.

Pensiamo a stimoli adatti a una crescita personale, facciamolo partecipare alla conquista degli obiettivi e non esitiamo a chiedere responsabilità.

Evitiamo l'imposizione e le posizioni autoritarie, che allontanano e ci rendono figure non stimabili e da non imitare. Il giovane, anche se sembra esibire una falsa autonomia, è di nuovo disponibile ad assumerci come guida. L'adesione alle stesse opinioni, la stima e il desiderio di raggiungere l'adulto, infatti, sono diventati i fattori primari del rapporto educativo e gli stimoli più prementi all'apprendimento.

In pratica, per prepararsi a vivere il ruolo dell'adulto, deve poterne sperimentare e vivere, già fin dall'infanzia, le responsabilità e prerogative che gli competono. Quest’analisi segnala l'inattualità scientifica e culturale di quei metodi che trascurano la specificità del singolo a vantaggio di una rigida aderenza a modelli ottimali. Di quelli che trasmettono conoscenze e soluzioni precostituite, ma non l'autonomia per amministrarle da soli. Di quelli che ritengono sintomo di apprendimento e di evoluzione una produttività immediata e priva di rischi. O, ancora, di quelli che prevedono valutazioni non obiettive: in eccesso per sollecitare un maggior impegno competitivo, o in difetto per evitare il pericolo di un appagamento ma, in entrambi i casi, con una pressione scoraggiante.

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