Pillole

L’allenatore che vuole sinceramente essere amico degli allievi va sempre apprezzato per le intenzioni, ma deve stare attento, perché va incontro a effetti quasi inevitabili. L’amicizia è molto più complessa di un buon rapporto tra insegnante e allievo.

L'amicizia richiede stima, solidarietà e rispetto, ma anche accettazione delle rispettive posizioni, uguale valore delle opinioni e divieto di proibire, sanzionare o imporre, uguali diritti e doveri e uguale godimento e osservanza. Ciò è possibile tra educatore e educato?

Per tentare di essere amico, l’allenatore dovrebbe essere aperto alle opinioni e ai bisogni degli allievi, creare un clima affettivo che escluda qualsiasi occasione di conflitto, essere attento ai loro bisogni, avere tutte le soluzioni pronte, risolvere qualsiasi dubbio e rassicurare di fronte alle difficoltà. “Che cosa si potrebbe fare di meglio?”, dice qualcuno, ma in questo comportamento c’è tutta la parte protettiva, però manca quella educativa.

Con questo comportamento l’allenatore si propone come guida “affettiva”, ma non prepara alla vita adulta che, ricordiamo, è autonomia, iniziativa libera e responsabile, possesso e padronanza di tutte le qualità della mente e del carattere, e altri tratti che permettono anche di competere per valorizzarsi e trovare la propria giusta posizione.

Non parliamo di errori volontari o manipolazioni che rendono più facile la gestione del singolo e della squadra anche a spese di uno sviluppo corretto, ma certamente l’allenatore commette egli errori di cui non è consapevole. Creando un clima di adesione passiva e dando tutto fatto e risolto, priva l'allievo di condizioni per esercitare l’iniziativa libera o per verificare la fondatezza delle proprie opinioni, e lo predispone a cercare sempre qualcuno che lo porti per mano. In particolare, soffoca la critica e l'attività crea­tiva con un rapporto privo di occasioni e possibilità di divergenza, e crea un succube che, in modo paradossale, non assume proprio le attitudini e la consapevolezza di sé ne­cessarie per un rapporto paritario com’è l'amicizia.

L’allievo in un primo tempo, può essere soddisfatto di quest’attenzione e della possibilità di avere conoscenze e stru­menti pronti per l'uso senza doversi impegnare a cercarli ma, poiché non assorbe la parte educativa della formazione, mostra già qualche deficit di autostima e di sicurezza. Per esempio, sembra sicuro e capace di assumere iniziative autono­me, ma non riesce a superare i limiti imposti da una semplice imitazione. Si crede libero di decidere e di fare, ma sviluppa timori nei confronti dei giudizi e della sconfitta, tanto che gioca più per non sbagliare che per scoprire e utilizzare le qualità del proprio talento. Difficilmente assume iniziative quando non è sicuro di evitare il rischio di un errore che, quando si cerca il nuovo, è pressoché inevitabile. Per sentirsi apprezzato e accettato, si adegua alle opinioni degli altri e a quanto può for­nirgli la certezza di non deludere, ma questa forma di assimilazione passiva non sarà più sufficiente quando occorrerà anche pensare e decidere. Vediamo, quindi, come una condizione che non porta all’autonomia, anche se subito è accettabile, porta sviluppi che non sembrano gravi, ma diventano limiti anche dell’età adulta.

I giovani crescono, e l’adulto amico mantiene il prestigio solo fino a quando non deve pretendere o porre dei freni. È facile descrivere il contrasto con il talento al quale, di solito, si concede sempre tutto, anche un rapporto alla pari, "tra adulti", anche se solo formale. Quando comincia a sentire vivo il desiderio di esprimere le proprie opinioni, e magari anche a fare come vuole, manca di quella misura necessaria per interro­garsi sulla produttività e legittimità delle esigenze e dei comportamenti che vuole imporre. È abituato ad agire dietro precise indicazioni e non sempre sa essere costruttivo, e l’allenatore alla fine è costretto a porre un freno. Ma un giovane che non ha imparato a criticare le proprie azioni si op­pone senza saper proporre altre scelte o, almeno, posizioni perso­nali da discutere e confrontare, e una tale contrapposizione non potrà che sfociare in un conflitto.

È chiaro, allora, che un rapporto di amicizia, se vissuto come approvazione reciproca e rispetto dei doveri, è una risorsa, mentre diventa improponibile quando si tratta di imporne l’osservanza. Gli esiti scontati, per l’allenatore che per cercare di essere amico ha perso autorevolezza, sono il passaggio a una conduzione autoritaria che trasforma la correzione in un atto impositivo, vissuto facilmente come sfida o ingiustizia. E dopo, se non si vuole perdere del tutto il rapporto, è quasi obbligo passare a un comportamento permissivo, ma sappiamo che concedere e non chiedere porta a una successiva perdita di autorevolezza.

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