Pillole

L’amicizia.

L’allenatore

Chi vuole sinceramente essere amico va sempre apprezzato per le intenzioni, ma non per gli effetti che produce. L’allenatore amico, infatti:

  • è aperto alle opinioni e ai bisogni degli allievi, ma in realtà ottiene un clima di adesione passiva;
  • sa creare un buon clima affettivo che esclude qualsiasi forma di conflitto, ma soffoca l'attività crea­tiva con un rapporto privo di occasioni e possibilità di divergenza;
  • è attento ai loro bisogni, ha tutte le soluzioni pronte, risolve i dubbi e sa rassicura rema non li prepara a essere autonomi.

 

I rischi 

L'allenatore che propone questo tipo di rapporto può:

  • privare l'allievo di condizioni per esercitare la critica o per verificare la fondatezza delle proprie opinioni;
  • creare un succube che, in modo paradossale, non assume proprio le attitudini e la consapevolezza di sé ne­cessarie per un rapporto paritario com’è l'amicizia;
  • adattarsi per mettersi al riparo dalle critiche e ripararsi da opinioni discordi;
  • proporsi come guida “affettiva”, ma non funzionale.

 

L’allievo 

In un primo tempo, può essere soddisfatto di quest’attenzione e della possibilità di avere conoscenze e stru­menti pronti per l'uso senza doversi impegnare a cercarli.

  • Sembra sicuro e capace di assumere iniziative autono­me, ma non riesce a superare i limiti di una sterile imitazione;
  • si crede libero di decidere e di fare, ma sviluppa timori nei confronti dei giudizi e della sconfitta;
  • difficilmente assume iniziative quando non è sicuro di evitare il rischio di un insuccesso o di un giudizio;
  • per sentirsi apprezzato e accettato, si adegua alle opinioni degli altri e a quanto può for­nirgli la certezza di non deludere, ma questa forma di assimilazione passiva non gli sarà più sufficiente quando occorrerà anche pensare e decidere.

L’adulto amico mantiene il prestigio solo fino a quando non deve pretendere o porre dei freni. È facile che il contrasto arrivi con il talento al quale è sempre stato concesso tutto, anche un rapporto alla pari, "tra adulti", ma solo formale. Quando comincia a sentire vivo il desiderio di esprimere le proprie opinioni, e magari anche a fare come vuole, manca di quella misura necessaria per interro­garsi sulla produttività e legittimità delle proprie esigenze e dei propri comportamenti. Non si controlla e, alla fine, l'al­lenatore è costretto a porre un freno. Ma un giovane che non ha imparato a criticare le proprie azioni si op­pone senza saper proporre alternative o, almeno, posizioni perso­nali da discutere e confrontare, e una tale contrapposizione non potrà che sfociare in un conflitto.

È chiaro, allora, che un rapporto di amicizia, se vissuto come approvazione reciproca e porta al rispetto dei doveri, è una risorsa, mentre diventa improponibile quando si tratta di imporne l’osservanza. L’esito scontato, nell’illusione di non diventare vittime di comportamenti non accettabili, è il passaggio a un metodo autoritario che trasforma la correzione in un atto impositivo che facilmente è vissuto come sfida o ingiustizia.

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