Pillole

L’omogeneità rispetto al talento non si raggiunge neppure nei settori giovanili di squadre di serie A, e la necessità di far convivere giovani con dotazioni diverse è problema di ogni allenatore.

Il dubbio è che seguire con la stessa attenzione i meno dotati e i più dotati non rallenti, o addirittura, danneggi quelli che hanno più prospettive nello sport.

Fino agli undici, dodici anni il problema non ha grande importanza, perché il bambino:

  • gioca per conto proprio e non ha senso parlare di collettivo;
  • riesce a compiere tutti i gesti dello sport senza bisogno di collaborare e di integrarsi con gli altri;
  • è egoista e gioca per il divertimento che offre il gioco, e non per prepararsi a un futuro da campione.

Logicamente chi è più dotato prevale, ma l’istruttore preparato sa proporre esercitazioni, e meglio giochi, che riescono solo con la partecipazione di tutti, a differenza della specializzazione precoce esclude gli altri.

Dagli undici, dodici anni, invece, l’obiettivo, dallo sport per tutti al professionismo, è portare ognuno al livello che gli è possibile. Inizia la specializzazione, e il gioco diventa intesa, scambio e confronto, e gli altri non riescono a star dietro, collaborare e offrire quelle risposte di cui il talento ha bisogno per impiegare tutte le proprie potenzialità e continuare a scoprirsi.

Di solito, il dubbio di favorire o svantaggiare gli uni nei confronti degli altri si pone quando:

  • la squadra ha obiettivi che vanno oltre ciò che è ragionevole aspettarsi da una squadra di giovani;
  • c’è troppa disparità di forze, e quindi è difficile alzare il livello affinché i più dotati possano esprimere le loro qualità;
  • l'istruttore allena per vincere subito, e per questo occorre lasciare indietro quelli meno utili;
  • non si accetta che con i giovani si deve lavorare su tutti, indipendentemente da ciò che ognuno può dare.

Due considerazioni. La prima, che dove si gioca solo per praticare dello sport, seguiamoli tutti, anche perché, se l'obiettivo è solo quello di "fare il campione", c'è il rischio concreto che passiamo tutta la nostra carriera senza trovarne uno. La seconda, che quando è possibile formare più di una squadra, è meglio badare anche all'omogeneità. E senza spaventarsi del termine “ selezione”, perché il nostro compito, in qualsiasi serie lavoriamo, è portare ognuno al livello da lui raggiungibile, senza mortificare nessuno.

Nello sport che c’interessa, è quindi più opportuno parlare di come far giocare insieme ragazzi più e meno dotati, in modo che gli uni e gli altri ne abbiano benefici. Se non vi è una grande differenza, possiamo lasciarli giocare insieme senza troppa paura di bloccare gli uni o trascurare gli altri. Si divertirà quello più dotato perché avrà modo di sentirsi importante e potrà comunque fare le proprie giocate anche se, mancando la giusta collaborazione, sarà difficile parlare di collettivo. L’altro sarà sempre costretto a dover prendere atto della propria minor dotazione, ma se non si giocherà solo per vincere ad ogni costo e in ogni modo, potrà divertirsi anche lui.

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